da:http://www.repubblica.it/cultura/2014/08/05/news/herzfeld_il_familismo_morale_il_sud_non_se_ne_vergogni-93167346/
IL MEDITERRANEO si racconta da tremila anni e non è mai lo stesso, diceva Fernand Braudel. Ma, visto da Harvard, il Mediterraneo non sembra più lui. Smontato in mille pezzi si decostruisce davanti ai nostri occhi. È la sensazione di spaesamento che si prova incontrando un antropologo come Michael Herzfeld, il più grande specialista di culture mediterranee e professore nella prestigiosa università bostoniana. Quest'uomo gioviale non le manda a dire. La provocazione ce l'ha nel Dna. E il relativismo lo applica fino alle estreme conseguenze.
Facendo a fettine stereotipi e pregiudizi sul Mare Nostrum. Ma anche valori e convinzioni portanti dell'Occidente moderno. Quelli che fanno la differenza tra le due Europe, tra il Nord avanzato e il Sud arretrato. Herzfeld è Milano in occasione del Laboratorio Expo, il progetto della Fondazione Feltrinelli e di Expo 2015 curato da Salvatore Veca. Partiamo subito da un suo cavallo di battaglia: l'onore. Che, da quello di Achille all'Onore dei Prizzi, resta la questione più spinosa dell'immaginario mediterraneo.
Ma è proprio vero che da queste parti l'onore è tutto?
"Il rapporto tra l'onore e il Mezzogiorno d'Europa è diventato un circolo vizioso. Quasi un cliché. Al punto che negli anni Sessanta si arrivò a definire il Messico un paese mediterraneo, perché avrebbe valori comuni come il machismo. Eppure persino in Grecia, dove faccio ricerca da molti anni, la parola philotimo - da filos e timè, letteralmente amico dell'onore, ma che molti traducono con amor proprio, orgoglio e dignità - ha significati molto diversi da una regione all'altra. Ecco perché sono molto critico verso chi sostiene che esista una cultura mediterranea omogenea, caratterizzata dall'ideologia dell'onore o dal familismo o dalla corruzione o dalla criminalità. Per me è molto più utile cercare le differenze nei vari contesti".
Nel V canto dell'Iliade, Agamennone pronuncia la frase: "Se gli uomini pensano all'onore, sono più i vivi che i morti; ma se si danno alla fuga non c'è più gloria né scampo". Perfino nella Grecia omerica, che è il grande codice del Mediterraneo, l'onore era già mille cose e mille nomi.
"A proposito di poemi, per me è sempre fondamentale studiare le "poetiche sociali", cioè analizzare lo scarto tra la norma collettiva e la creatività individuale. Tra l'astrattezza dei codici dell'onore e i comportamenti concreti delle persone".
È proprio in quello scarto che di fatto si produce la storia.
"Ecco perché non penso che abbia molto senso parlare dell'o- nore come se fosse l'aspetto caratterizzante di questa parte di mondo. Soprattutto perché dentro una lingua ci sono varie sfumature. Quello che un calabrese intende per onore è diverso da quello che intendono un toscano o un romano. A Creta, per esempio, un uomo è sempre pronto a uccidere chi lo offende o disonora le donne della sua famiglia. In altri paesi questo è tutto fuorché onorevole. A fare la differenza è il comportamento del cosiddetto uomo d'onore".
Quindi la classica divisione tra il Nord come civiltà della colpa e il Sud come civiltà dell'onore, cara a studiosi come Ruth Benedict e Eric Dodds, non la convince?
"Non mi convince per niente! Devo dire che nelle cosiddette società della vergogna, quelle che farebbero di ogni cosa una questione d'onore, ho conosciuto persone con un senso di colpa quasi protestante. Questa distinzione è figlia di uno strabismo originario che divide il mondo tra popoli superiori e popoli colonizzati".
Come dire tra moderni e premoderni, avanzati e arretrati.
"Per me, invece, colpa e vergogna convivono nelle stesse persone. Non sono marcatori etnici".
Quindi il familismo amorale, che è diventato uno stereotipo negativo del carattere italiano, non è altro che l'invenzione di una mediterraneità in salsa anglosassone?
"Intanto il familismo è di per sé un sistema etico. Perché la voglia di difendere la propria famiglia dall'ostilità e dalla concorrenza degli altri è più che legittima. Il troppo fortunato libro di Banfield, Basi morali di una società arretrata , aveva un approccio da missionario protestante. E giudicava le società meridionali con i criteri della sua. Insomma guardava il Sud italiano dall'alto in basso. Ma per un antropologo non è corretto considerare aprioristicamente superiore la propria etica"
A proposito di uomini d'onore, qualche settimana fa il vescovo di Reggio Calabria ha vietato l'inchino delle statue dei patroni davanti alle case dei padrini. A Palermo, la processione della Madonna del Carmine si è fermata, secondo alcuni in segno di ossequio, davanti al negozio di un boss. E anche questa volta le autorità ecclesiastiche hanno preso una posizione molto dura...
"È sempre possibile che un delinquente usi i valori, i codici, le ritualità tradizionali per legittimare i suoi atti. Dal mio punto di vista, però, certi fatti sono di ordine criminale solo se la comunità locale li considera tali. Se invece gli abitanti sostengono l'atteggiamento dei criminali, da antropologo, devo accettare il loro punto di vista, per poterli osservare e studiare come un fenomeno sociale. Ad esempio, ho analizzato l'abigeato tra i pastori a Creta. Mentre per l'opinione pubblica e per la polizia, si trattava di un reato, per la gente del luogo era diverso. Di fatto in ogni paese coabitano due idee di legalità. Una comunitaria, l'altra statuale. In tutte le società considerate criminali troviamo un atteggiamento contrario allo Stato. Ma chi ha detto che lo Stato sia la migliore protezione per l'uomo?".
Così però si minano le fondamenta del canone occidentale, dall'idea di democrazia a quella di legalità...
"E, per dirla tutta, non mi piace nemmeno il termine "criminalità". Perché è un'immagine creata dallo Stato burocratico. A me invece interessa indagare la differenza tra chi giudica secondo le norme vigenti e chi giudica secondo quei valori che io chiamo "intimità culturale". Se uno dice: "Io non sono razzista, però" quel "però" svela un aspetto dell'intimità culturale. Il non confessabile dei propri valori. Che esiste dappertutto, non solo in Italia. In ogni paese ci sono delle zone d'ombra della cultura nazionale, che vengono condannate solo a parole".
È innegabile però che in paesi come l'Italia, illegalità e corruzione siano un peso per la collettività.
"Certo nel Sud dell'Europa molti sono evasori, familisti, non pagano le tasse,guidano male, ma io credo che questo esista in tutti i paesi. Anche in Gran Bretagna, dove pure si autorappresentano come una nazione senza corruzione, si moltiplicano gli scandali che coinvolgono cittadini, politici e polizia. La domanda centrale è chi definisce la corruzione? Se usiamo un parametro astratto come l'indice di corruzione, ignoriamo il fatto che quello che chiamiamo corruzione, a livello locale, costituisce la base di una serie di norme sociali. Che ci piaccia o no".
E Stilinga pensa che è vero che ci sono una serie di norme sociali (e sono proprio quelle da distruggere visto i risultati) che determinano il familismo non solo al Sud, ma è pure vero che il concetto di MERITO è totalmente utopistico in questa vita e in questo mondo. Forse è un faro verso cui l'umanità collettivamente tende, a cui aspira e che cerca qualora l'esperienza diretta del familismo in ambito lavorativo, gestionale e amministrativo la fiacca e la deprime una volta considerati i suoi risultati negativi.
Quindi signor antropologo di Harvard, Mr Michael Herzfeld, lei osserva e registra in quanto non vive immerso nella nostra quotidianità e non ne subisce i contraccolpi che invece noi affrontiamo. Sarebbe il caso che lei avesse davvero a che fare con la nostra realtà e che non la studiasse soltanto: scoprirebbe nuovi punti di vista e forse cambierebbe parere anche più velocemente di quanto possa immaginare.
This is the fashion blog of Stilinga, a fashion designer who works from home. She is from Rome, Italy and she writes about trends, things she loves to do in Rome and art. Questo è il fashion blog, e non solo, di stilinga (una stilista che lavora da casa - è una stilista-casalinga) e che spesso tra una creazione di moda e l'altra, tra ricerche e fiere, si occupa anche del suo quotidiano e del contesto in cui vive.
L'Italia non è un paese per freelance
L’Italia non è un paese per FREELANCE
da:http://cquattro.wordpress.com/2014/07/31/litalia-non-e-un-paese-per-freelance/
di Antonio Ficai
Sicuramente questo sarà l’ennesimo articolo sulla materia, premetto che il titolo non è un plagio ad altri post intitolati nel solito modo e non è un trucchetto SEO per scalare le classifiche, ne ho già visti di articoli su vari blog intitolati così, ce ne sono molti, la verità però é che questo non è un titolo ma un pensiero, il primo pensiero che mi è venuto a mente questa settimana appena terminato di vedere il video di Alessandra Farabegoli dedicato a come calcolare costi e guadagni per un freelance italiano armato di partita IVA.
Già scosso il giorno prima per un’osservazione fatta dalla mia amica Ilaria Barbottisu Facebook, dove raccontava con suo sommo stupore come il suo secondo anno da freelance è stato in un attimo dissanguato appena le hanno presentato la sua prima dichiarazione dei redditi, ho affrontato quindi la visione del video di Alessandra intitolato “I conti della serva” con il fiato sospeso, speravo rivelasse alemeno una verità a me ancora sconosciuta, ahimè no, ecco che appare sempre lei: “The Awful Truth”.
Negli ultimi due anni mi è capitato spesso in situazioni ufficiali e non di raccontare a giovani startupper o a neo-partite Iva del mio settore professionale, il digital, che per guadagnare 1 devono fatturare almeno 3, meglio 4.
Questa è una realtà che spesso a questi ragazzi non viene raccontata da chi invece dovrebbe, da chi li incita ad avviare una propria carriera autonoma solo perché “il lavoro non c’è più quindi te lo devi inventare”, una realtà che è anche spesso occultata e dimenticata a se stessi nel momento fatidico della compilazione di quel maledetto preventivo che viene calcolato sempre senza dare il reale valore del servizio offerto ma pensando solo a farlo accettare dal cliente.
Con queste condizioni di partenza e per stare sul mercato che li si pone davanti, il freelance si vende un bel sito web a €1000, ci spende due settimane di tempo sopra, attende almeno due mesi per avere il saldo e alla fine, se tutto va bene, li rimarranno in tasca €300. Quanti siti web puo riuscire questo ragazzo a fare in un mese per poter aver una parvenza di stipendio dignitoso?
Se poi si è ripiegato alla soluzione del regime dei minimi si può stare un po’ più larghi ma non scordiamoci che il perimetro di azione in questo caso è vincolato ai €30mila lordi di fatturato all’anno, che a questi va poi tolto un bel 27% di INPS per una pensione che non vedrà mai nessuno, un 5% di imposte, tutte le varie ed eventuali e quel che resta poi è “stipendio”.
Da sapere: terminato il regime dei minimi e entrando nel regime ordinario, per guadagnare i soliti soldi dell’anno prima si dovrà fatturare almeno il triplo, se non di più.
Ingiustizie
- se ti senti male non sei tutelato
- se un cliente non ti paga non sei tutelato
- se hai una famiglia non sei tutelato, non hai assistenza di nessuna natura, non hai assegni familiari o benefit vari, questo vale sia che tu abbia uno o 8 figlioli
- le ferie non sono un diritto, le ferie non esistono proprio
- chiunque può entrare sul mercato dove si opera, praticare prezzi al ribasso, viziare e danneggiare lo stesso mercato e poi uscirne pulito lasciandoti vittima e colpevole nel solito momento
Raccomandazioni
- non fare investimenti a lungo termine di qualsiasi natura
- riuscire se è possibile ad ottenere computer, software e accessori elettronici con la formula del leasing operativo ma non oltre i 24 mesi di impegno
- non indebitarsi per pagare le tasse, fatto anche una sola volta si entra in un loop da cui non ci esce mai
- se non ti puoi mantenere un ufficio gratis ripiega su uno spazio di co-working, in alternativa lavora a casa, devi solo ingegnarti per trovare un luogo d’incontro per i tuoi clienti
Consigli
- resistere, resistere e resistere
- se non si resiste resta solo l’espatrio
Se qualcuno si aspettava da questo mio post l’incitazione allo sciopero fiscale o addirittura alla rivoluzione ha sbagliato proprio. Le mie sono semplici conclusioni messe nero su bianco, con la speranza che qualche “incosciente” ne prenda atto e s’illumini prima di fare qualche scelta sbagliata, questa sì che sarà la mia più grande soddisfazione.
Chiedo alle mosche bianche di non iniziare a scrivere che loro non hanno problemi, che ce la fanno alla grande, che stanno di lusso perchè i loro clienti sono “amazing”: carissimi voi siete mosche bianche, siete fortunati, non fate media, non siete l’Italia che voleva semplicemente vivere del lavoro che fa con passione senza grandi pretese o ambizioni imprenditoriali.
Chiudo ricordando nuovamente che…
in Italia un libero professionista o freelance che si dica per poter mettersi in tasca puliti €1000 al mese ne deve fatturare almeno €4000, il solito mese naturalmente.
Buon lavoro a tutti.
Istat, pensioni delle donne più basse del 40% rispetto a quelle degli uomini
da: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/30/istat-pensioni-delle-donne-piu-basse-del-40-rispetto-a-quelle-degli-uomini/1076499/
Il numero di uomini (178 mila) con un reddito pensionistico mensile pari o superiore a 5mila euro è cinque volte quello delle donne (33 mila). Liguria, Lazio e Lombardia le regioni con il divario più sensibile
Uomini e donne divisi. Non solo dalle sensibili differenze retributive, ma anche dagli importi previdenziali percepiti una volta finita la carriera lavorativa. Il risultato è che il divario tra i duegeneri è fortissimo soprattutto al Nord con la Liguria in testa, e che le pensionate sono nettamente più povere rispetto agli omologhi maschi. In media del 40 per cento. A dirlo è l’Istat, che certifica una situazione di netto distacco: secondo l’istituto nazionale di Statistica, nel 2012 l’importo medio annuale delle pensioni è più basso tra le donne (8.965 euro contro 14.728) e si riflette in un più contenuto reddito pensionistico medio, pari a 13.569 euro contro i 19.395 degli uomini. Le donne sono il 52,9% dei beneficiari ma agli uomini va il 56% della spesa. Inoltre, il numero di uomini (178 mila) con un reddito pensionistico mensile pari o superiore a 5.000 euro è cinque volte quello delle donne (33 mila).
Oltre la metà delle donne (52%) percepisce meno di mille euro, contro un terzo (32,2%) degli uomini. Le disuguaglianze di genere sono più marcate nelle regioni del Nord, sia con riferimento agli importi medi delle singole prestazioni sia in relazione al reddito pensionistico dei beneficiari. Il rapporto tra il numero di pensionati residenti e la popolazione occupata – rapporto di dipendenza – è a svantaggio delle donne: 90,2 pensionate ogni 100 lavoratrici, a fronte di 56,5 uomini ogni 100 lavoratori. Anche il tasso di pensionamento (rapporto tra numero di pensioni e popolazione residente) è superiore tra le donne (43,1%) rispetto agli uomini (35,6%).Nel 2012 sono stati erogati 23.577.983 trattamenti pensionistici: il 56,3% a donne e il43,7% a uomini. Le donne rappresentano il52,9% dei pensionati (8,8 milioni su 16,6 milioni), ma percepiscono solo il 44% dei 271 miliardi di euro erogati. Dei 626.408 nuovi pensionati del 2012, le donne rappresentano il 52% e percepiscono redditi più bassi (10.953a fronte dei 17.448 degli uomini). Il numero di trattamenti percepiti dalle donne – dice Istat – è mediamente superiore a quello degli uomini, di conseguenza il divario economico di genere si riduce al 42,9% se calcolato sul reddito pensionistico (pari a 19.395 euro per gli uomini e a 13.569 per le donne). Tra il 2002 e il 2008, la forbice reddituale tra pensionati e pensionate è aumentata di 2,1 punti percentuali (4,4 punti con riferimento agli importi medi delle singole prestazioni); a partire dal 2008 si è osservata una progressiva riduzione che tuttavia ha mantenuto i livelli di disuguaglianza superiori a quelli del 2004.
Differenze per regione – La Liguria è la regione in cui il reddito pensionistico degli uomini presenta lo scarto maggiore rispetto a quello delle donne (è del 53,9% più elevato), seguita daLazio (52,1% in più), Lombardia (51,8%) e Veneto (51,6%). Le regioni in cui si registrano invece le minori disuguaglianze di genere sono quelle meridionali. Le differenze più contenute si osservano in Calabria (gli uomini percepiscono redditi pensionistici del 19,9% più elevati rispetto a quelli delle donne), Basilicata (26,7% in più) e Molise (29,4%).
La disaggregazione provinciale ripropone evidenze del tutto analoghe a quelle riscontrate a livello regionale. Ad eccezione di Roma, le differenze più marcate caratterizzano nuovamente le province del Nord Italia – Lecco (61,6% in più), Venezia (59,4%), Livorno (58,5%), Monza e Brianza(57,9%), Genova (57,8%), Bergamo (56,2%), Milano (55,3%), Treviso (54,2%) e Brescia(53,6%) – mentre i valori più contenuti – a conferma di quando già emerso a livello regionale – si registrano nelle province meridionali: Vibo Valentia (13,7% in più), Reggio Calabria (18,4%),Cosenza (20,4%), Ogliastra (21,7%), Nuoro (22,3%), Benevento (22,8%), Catanzaro (22,9%),Potenza (23,9%), Agrigento (24,3%) e Lecce (24,8%).
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