This is the fashion blog of Stilinga, a fashion designer who works from home. She is from Rome, Italy and she writes about trends, things she loves to do in Rome and art. Questo è il fashion blog, e non solo, di stilinga (una stilista che lavora da casa - è una stilista-casalinga) e che spesso tra una creazione di moda e l'altra, tra ricerche e fiere, si occupa anche del suo quotidiano e del contesto in cui vive.
The economics of happiness
Economic globalization has led to a massive expansion in the scale and power of big business and banking. It has also worsened nearly every problem we face: fundamentalism and ethnic conflict; climate chaos and species extinction; financial instability and unemployment. There are personal costs too. For the majority of people on the planet, life is becoming increasingly stressful. We have less time for friends and family and we face mounting pressures at work.
The Economics of Happiness describes a world moving simultaneously in two opposing directions. On the one hand, an unholy alliance of governments and big business continues to promote globalization and the consolidation of corporate power. At the same time, people all over the world are resisting those policies, demanding a re-regulation of trade and finance—and, far from the old institutions of power, they’re starting to forge a very different future. Communities are coming together to re-build more human scale, ecological economies based on a new paradigm – an economics oflocalization.
The film shows how globalization breeds cultural self-rejection, competition and divisiveness; how it structurally promotes the growth of slums and urban sprawl; how it is decimating democracy. We learn about the obscene waste that results from trade for the sake of trade: apples sent from the UK to South Africa to be washed and waxed, then shipped back to British supermarkets; tuna caught off the coast of America, flown to Japan to be processed, then flown back to the US. We hear about the suicides of Indian farmers; about the demise of land-based cultures in every corner of the world.
The second half of The Economics of Happiness provides not only inspiration, but practical solutions. Arguing that economic localization is a strategic solution multiplier that can solve our most serious problems, the film spells out the policy changes needed to enable local businesses to survive and prosper. We are introduced to community initiatives that are moving the localization agenda forward, including urban gardens in Detroit, Michigan and the Transition Town movement in Totnes, UK. We see the benefits of an expanding local food movement that is restoring biological diversity, communities and local economies worldwide. And we are introduced to Via Campesina, the largest social movement in the world, with more than 400 million members.
We hear from a chorus of voices from six continents, including Vandana Shiva, Bill McKibben, David Korten, Samdhong Rinpoche, Helena Norberg-Hodge, Michael Shuman, Zac Goldsmith and Keibo Oiwa. They tell us that climate change and peak oil give us little choice: we need to localize, to bring the economy home. The good news is that as we move in this direction we will begin not only to heal the earth but also to restore our own sense of well-being. The Economics of Happiness challenges us to restore our faith in humanity, challenges us to believe that it is possible to build a better world.
La crisi non esiste per gli euroburocrati!
‘Quale crisi?’. Se l’Europa nega l’emergenza per salvare la casta
La crisi c’è, la crisi non c’è. Quando la Commissione europea deve discutere con i Paesi membri, a cominciare dall’Italia, le misure di rigore, è perfettamente consapevole della gravità del momento. Ma quando si tratta di proteggere gli stipendi dei suoi funzionari, l’esecutivo europeo di José Barroso arriva a scrivere in documenti ufficiali che in Europa non c’è alcun “deterioramento grave e improvviso della situazione economica e sociale”.
I guardiani dell’austerità diventano incredibilmente ottimisti per difendere i salari di Bruxelles dal Consiglio europeo, l’organo che riunisce i capi di governo dei Paesi membri. La storia è ricostruita nella sentenza della Corte di Giustizia europea relativa alla causa C-63/12, del 19 novembre scorso. La Commissione, affiancata dal Parlamento europeo, aveva presentato un ricorso contro il Consiglio sostenuto alcuni Paesi (Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Spagna, Olanda e Gran Bretagna). Secondo il trattato sul Funzionamento dell’Unione, ogni anno il Consiglio decide “prima della fine di ogni anno in merito all’adeguamento delle retribuzioni e delle pensioni proposto dalla Commissione”. Nel dicembre 2010 il Consiglio ha deciso di far scattare la “clausola di eccezione”, ha ritenuto cioè che l’Europa fosse di fronte a un “deterioramento grave e improvviso della situazione economica e sociale all’interno dell’Unione”. E quindi ha chiesto alla Commissione di presentare “adeguate proposte”. Tradotto: visto che c’è la crisi in tutto il continente e si annunciano anni terribili, gli euro-burocrati diano il loro esempio riducendosi lo stipendio.
Il 13 luglio del 2011 la Commissione di Barroso presenta una relazione in cui “gli indicatori mostravano che nell’Unione la ripresa economica continuava a progredire” e quindi “non vi era un deterioramento grave e improvviso della situazione economica e sociale all’interno dell’Unione nel periodo di riferimento tra il primo luglio 2010, data di effetto dell’ultimo adeguamento annuale delle retribuzioni, e la metà di maggio 2011, momento in cui sono stati resi disponibili i dati più aggiornati, si legge nella sentenza”. Niente crisi, niente tagli.
Eppure l’estate 2011 era quella in cui l’Italia era a un passo dal default, con la Banca centrale europea costretta a comprare Btp perché nessuno li voleva più, la Grecia era sprofondata nel baratro, il Portogallo e l’Irlanda avevano già firmato per avere gli aiuti di emergenza e le riforme traumatiche della troika, e l’esistenza stessa della moneta unica, e dunque di tutta l’Unione, cominciava a sembrare non scontata. La Commissione, nel suo contenzioso giuridico con il Consiglio, ammette i numeri “evidenziano un peggioramento per il 2011 rispetto alle previsioni pubblicate in primavera”, ma non c’è alcuna emergenza che faccia scattare la clausola di eccezione. La battaglia davanti alla Corte di Giustizia si sviluppa in un labirinto di dettagli procedurali, maggioranze qualificate e cavilli bruxellesi, si aggiungono due ulteriori ricorsi, con altri Paesi coinvolti. La Corte boccia i ricorsi della Commissione e la condanna a pagare le spese, ma non si pronuncia nel merito. Gli stipendi dei funzionari di Bruxelles sembrano rimanere al riparo dai tagli. Eppure, anche solo come misura simbolica, potrebbero subire una limatura senza traumi per gli interessati.
Secondo il sito della Commissione, i funzionari hanno un salario d’ingresso da 2.300 euro al mese, ma dopo quattro anni possono arrivare a 16.000 cui si aggiungono varie voci (come un’indennità di dislocazione del 16 per cento per chi lavora lontano dal Paese d’origine, cioè quasi tutti), poi assegni per i figli a carico, una “indennità scolastica” e una prescolastica e così via. Vanno in pensione a 63 anni con la pensione di anzianità, ma possono ottenere un prepensionamento a 55 anni o decidere di rimanere in servizio fino a 67. E la pensione è calcolata, ovviamente, con il sistema retributivo, può arrivare al 70 per cento dell’ultimo stipendio base. Trattamenti così generosi non li avevano neppure in Grecia prima della troika.
Ma ogni sacrificio è vietato, la crisi non esiste, per la Commissione.
E Stilinga si chiede: ma a che serve la UE? agli euroburocrati! Sarebbe sano mandarli a casa ed eleggere politici europei che lavorino come volontari non stipendiati! Vediamo poi se la crisi c'è oppure no!
Questa UE fatta così male è una iattura. Meglio sgonfiarla e rifarla che continuare con questa macchina spremisoldi! Necessitiamo di vera Europa! E che cribbio!
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