Indonesia: Nike costretta a pagare straordinari a operai
Circa 4.500 operai che lavorano per in una fabbrica del gruppo Nike in Indonesia sono riusciti a ottenere il versamento degli arretrati per le ore straordinarie lavorate e mai pagate.
Lo ha annunciato il sindacato dei lavoratori Serikat Pekerja National (Spn) sottolineando che, dopo una battaglia di undici mesi, l'azienda produttrice di abbigliamento e accessori sportivi dovrà sborsare un milione di dollari (circa 700 mila euro) per pagare 593.468 ore di straordinario dei suoi operai della fabbrica di Serang, lavorate negli ultimi due anni.
Il leader del Spn, Bambang Wirahyoso, citato dalla Bbc, si augura che questa vittoria sindacale sia da esempio per le altre multinazionali dell'abbigliamento che operano in Indonesia.
Da: http://it.fashionmag.com/news-227266-Indonesia-Nike-costretta-a-pagare-straordinari-a-operai
This is the fashion blog of Stilinga, a fashion designer who works from home. She is from Rome, Italy and she writes about trends, things she loves to do in Rome and art. Questo è il fashion blog, e non solo, di stilinga (una stilista che lavora da casa - è una stilista-casalinga) e che spesso tra una creazione di moda e l'altra, tra ricerche e fiere, si occupa anche del suo quotidiano e del contesto in cui vive.
Evento La Sala Bianca - Circolo degli Artisti- 29 Gennaio 2012- Roma
LA SALA BIANCA evento sfilata dedicato all'Altamoda
in collaborazione con LabCostume e The Hysterics
Il circolo degli Artisti ritorna con le domeniche dedicate alla moda indipendente con sfilate di moda e installazioni artistiche di laboratori artigianali;
questa sarà la... volta del laboratorio di costumi per lo spettacolo Labcostume che proporrà una sfilata davvero particolare dal nome “La sala bianca”.
La memoria della Moda tra passato e rielaborazione stilistica : un percorso dagli inizi del XX secolo fino alla rivoluzione del New Look.
Concept della sfilata
L’idea è quella di “mischiare” con equilibrio il recupero della storia in chiave
contemporanea.
Creazioni d’epoca sfileranno insieme ad abiti di couture ispirati al passato:
un percorso dagli anni ’10 fino alla rivoluzione del New Look.
Installazioni- Gli artigiani della moda
Cinque laboratori artigianali Romani presenteranno attraverso installazioni artistiche i loro lavori e mostreranno al pubblico dal vivo come nasce un cappello, una scarpa ed il loro
processo creativo dall'inizio alla fine.
Laboratori artigianali:
Le Teste Calde
Bumbukis Mood
Purple Accessories
Calzarium
Mami Kawai
Installazione Vintage Couture a cura di : Roberto Prili Di Rado
Selezioni musicali a cura di Supermarket
Aperitivo a cura di Tricolore monti dalle ore 19.00 free entry
Circolo degli Artisti - Via Casilina vecchia, 42 - Roma
in collaborazione con LabCostume e The Hysterics
Il circolo degli Artisti ritorna con le domeniche dedicate alla moda indipendente con sfilate di moda e installazioni artistiche di laboratori artigianali;
questa sarà la... volta del laboratorio di costumi per lo spettacolo Labcostume che proporrà una sfilata davvero particolare dal nome “La sala bianca”.
La memoria della Moda tra passato e rielaborazione stilistica : un percorso dagli inizi del XX secolo fino alla rivoluzione del New Look.
Concept della sfilata
L’idea è quella di “mischiare” con equilibrio il recupero della storia in chiave
contemporanea.
Creazioni d’epoca sfileranno insieme ad abiti di couture ispirati al passato:
un percorso dagli anni ’10 fino alla rivoluzione del New Look.
Installazioni- Gli artigiani della moda
Cinque laboratori artigianali Romani presenteranno attraverso installazioni artistiche i loro lavori e mostreranno al pubblico dal vivo come nasce un cappello, una scarpa ed il loro
processo creativo dall'inizio alla fine.
Laboratori artigianali:
Le Teste Calde
Bumbukis Mood
Purple Accessories
Calzarium
Mami Kawai
Installazione Vintage Couture a cura di : Roberto Prili Di Rado
Selezioni musicali a cura di Supermarket
Aperitivo a cura di Tricolore monti dalle ore 19.00 free entry
Circolo degli Artisti - Via Casilina vecchia, 42 - Roma
Lavoro femminile, Italia peggio della Grecia ‘Siamo un paese tradizionalista e ingessato’ | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano
Lavoro femminile, Italia peggio della Grecia ‘Siamo un paese tradizionalista e ingessato’ Redazione Il Fatto Quotidiano Il Fatto Quotidiano di Angela Gennaro
Secondo i calcoli della Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i 54 anni è pari al 63,9%. La media dell’Unione è del 75,8%. "Una differenza che si fa abissale - dice Carla Collicelli, vice direttore generale del Censis - quando si parla di giovani e donne".
Anno nuovo, vizi antichi: il 2011 si chiude con la conferma che per occupazione, retribuzione e condizione femminile l’Italia è ancora, in Europa, il fanalino di coda. Lo dice l’Eurostat: il tasso di donne occupate è tra i più bassi dell’Unione. E peggio di noi fa solo Malta.Secondo l’ufficio statistico Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i 54 anni, è pari al 63,9%.
La media dell’Unione è del 75,8%: in Germania il tasso, per la stessa fascia di età, è dell’81,8%. Malta è ferma al 56,6%.
“Siamo un paese così tradizionalista e ingessato”, sospira Carla Collicelli, vice direttore generale del Censis. “Troppo lontano dagli obiettivi europei”.
E la lontananza diviene abissale quando “si parla di giovani e donne”, e se il dato anagrafico viene geolocalizzato al Sud e nelle isole.
Lo ricorda l’Istat proprio in questi giorni: al Sud addirittura il 39% delle ragazze è in cerca di occupazione.
Ancora: nell’Unione a 27, il tasso di occupazione totale di donne e uomini è del 64,2%, con le donne a quota 58,2%. Alla fine del primo semestre 2011, il tasso italiano di occupazione per uomini e donne è del 57,2%, e scende al 46,7% per le sole donne. Anche la Grecia è sopra di noi, con il suo 48,1%.
E la disoccupazione?
In Italia il totale del primo semestre dello scorso anno è dell’8,2%: 7% per gli uomini, 9% per le donne. Al netto del lavoro nero. Non solo: una donna in Italia continua a prendere 1/5 in meno rispetto a un uomo, anche in casi di ruoli analoghi.
“Dipende dai contratti”, dice Carla Collicelli. “Per quelli che prevedono emolumenti aggiuntivi la paga di base non può cambiare, ma assegni, progressione di carriera, promozioni e scatti interni sì”.
La parola chiave è precariato. “I contratti atipici, nei quali si concentrano donne e giovani, rappresentano per il datore di lavoro una valvola di flessibilità in caso di necessità di ridimensionamento dell’attività produttiva”, dice la sociologa.
Per certi versi “permettono l’accesso al lavoro”, per altri ne permettono l’uscita “con altrettanta facilità”. “E non abbiamo trovato soluzioni adeguate”. È il “clou della discriminazione”: la perdita di posti si registra “nella stragrande maggioranza per i giovani e per le donne giovani, sotto i 40 anni”. Per la fascia sopra i 40, invece, “hanno tamponato gli ammortizzatori sociali”. Eppure il Consiglio europeo di Lisbona del 2000 aveva già posto come obiettivo quello di aumentare il tasso di occupazione globale dell’Unione al 70% e il tasso di occupazione femminile a più del 60% entro il 2010.
Una percentuale che vorrebbe dire un aumento del 7% del Pil. Il rischio di povertà dei figli passerebbe dal 22,5% al 2,7% e si avvierebbe un ciclo virtuoso di imprenditoria e occupazione, con l’implementazione di quei servizi di cura per bambini e anziani, cardine della cura ricostituente per l’occupazione femminile italiana.Secondo l’Istat, infatti, l’assenza di servizi di supporto nelle attività di cura costituisce un ostacolo per l’ingresso nel mercato del lavoro di 489mila donne non occupate, cioè dell’11,6%, e per il lavoro a tempo pieno per molte delle 204mila donne occupate part time, ovvero del 14,3%.
In Italia viene destinato solo l’1,4% del Pil a contributi, servizi e detrazioni fiscali per le famiglie: dato ben più basso rispetto a quell’1,8% destinato in ambito Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nei paesi a bassa fertilità.Con i contratti atipici, poi, chi va in maternità difficilmente ritorna al posto di lavoro lasciato prima del lieto evento.
“Ci siamo lasciati alle spalle i tristi episodi del passato, quando accadeva che alle donne assunte venisse richiesto l’impegno di non fare figli per un certo numero di anni”, racconta Carla Collicelli.
Ma oggi “la donna con contratto atipico si trova in una condizione altrettanto spiacevole: sa che se si allontanerà per maternità difficilmente potrà riprendere il proprio posto in seguito”.
In paesi come ed esempio il Belgio, la presenza di molte scuole materne permette all’occupazione femminile di rimanere invariata in caso di uno o due figli.
“Da noi invece il welfare è spostato totalmente sulle pensioni e su una sanità nella media che comincia a scricchiolare con liste di attesa drammatiche per la diagnostica”, spiega la sociologa.
Il tutto “mentre le famiglie affrontano problemi di casa, asilo nido, supporti economici, servizi”.
In Italia l’11% dei bambini va al nido, privato o pubblico. In Emilia la percentuale sale al 25,2%, in Sicilia non supera il 5,1%. “Un asilo pubblico costa 8700 euro a bambino all’anno”, racconta la Collicelli. “Un privato 7500”.
In alcuni casi i comuni danno alle famiglie un contributo per la retta: ma non è la regola. Secondo l’Istat, la percentuale di occupate è del 58,5% per le donne con un figlio di meno di 15 anni, e del 54% quando i figli sono due.
Se poi i figli sono tre o più, la percentuale precipita al 33,3%. E “se si ha in casa un anziano con handicap sono guai”. Anche nelle regioni più avanzate, dove “si fa fatica a dare un’assistenza adeguata, che sgravi la famiglia”. O meglio: figlie, mogli, sorelle.“All’inizio della mia carriera, il concetto di quota rosa mi ripugnava”, conclude Carla Collicelli. “Arrivata a questo punto sono favorevole: i tempi sono maturi per proporre di applicare criteri di proporzionalità di genere rispetto alla composizione della categoria”.
D’altro canto era il 1932 quando in Italia è arrivata la prima donna in un consiglio di amministrazione di un’azienda quotata. 80 anni dopo le donne sono 150: il 6% del totale. Lì dove si decide, ancora oggi, “sono tutti uomini, e in età avanzata”, dice la vice direttrice del Censis.
Secondo i calcoli della Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i 54 anni è pari al 63,9%. La media dell’Unione è del 75,8%. "Una differenza che si fa abissale - dice Carla Collicelli, vice direttore generale del Censis - quando si parla di giovani e donne".
Anno nuovo, vizi antichi: il 2011 si chiude con la conferma che per occupazione, retribuzione e condizione femminile l’Italia è ancora, in Europa, il fanalino di coda. Lo dice l’Eurostat: il tasso di donne occupate è tra i più bassi dell’Unione. E peggio di noi fa solo Malta.Secondo l’ufficio statistico Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i 54 anni, è pari al 63,9%.
La media dell’Unione è del 75,8%: in Germania il tasso, per la stessa fascia di età, è dell’81,8%. Malta è ferma al 56,6%.
“Siamo un paese così tradizionalista e ingessato”, sospira Carla Collicelli, vice direttore generale del Censis. “Troppo lontano dagli obiettivi europei”.
E la lontananza diviene abissale quando “si parla di giovani e donne”, e se il dato anagrafico viene geolocalizzato al Sud e nelle isole.
Lo ricorda l’Istat proprio in questi giorni: al Sud addirittura il 39% delle ragazze è in cerca di occupazione.
Ancora: nell’Unione a 27, il tasso di occupazione totale di donne e uomini è del 64,2%, con le donne a quota 58,2%. Alla fine del primo semestre 2011, il tasso italiano di occupazione per uomini e donne è del 57,2%, e scende al 46,7% per le sole donne. Anche la Grecia è sopra di noi, con il suo 48,1%.
E la disoccupazione?
In Italia il totale del primo semestre dello scorso anno è dell’8,2%: 7% per gli uomini, 9% per le donne. Al netto del lavoro nero. Non solo: una donna in Italia continua a prendere 1/5 in meno rispetto a un uomo, anche in casi di ruoli analoghi.
“Dipende dai contratti”, dice Carla Collicelli. “Per quelli che prevedono emolumenti aggiuntivi la paga di base non può cambiare, ma assegni, progressione di carriera, promozioni e scatti interni sì”.
La parola chiave è precariato. “I contratti atipici, nei quali si concentrano donne e giovani, rappresentano per il datore di lavoro una valvola di flessibilità in caso di necessità di ridimensionamento dell’attività produttiva”, dice la sociologa.
Per certi versi “permettono l’accesso al lavoro”, per altri ne permettono l’uscita “con altrettanta facilità”. “E non abbiamo trovato soluzioni adeguate”. È il “clou della discriminazione”: la perdita di posti si registra “nella stragrande maggioranza per i giovani e per le donne giovani, sotto i 40 anni”. Per la fascia sopra i 40, invece, “hanno tamponato gli ammortizzatori sociali”. Eppure il Consiglio europeo di Lisbona del 2000 aveva già posto come obiettivo quello di aumentare il tasso di occupazione globale dell’Unione al 70% e il tasso di occupazione femminile a più del 60% entro il 2010.
Una percentuale che vorrebbe dire un aumento del 7% del Pil. Il rischio di povertà dei figli passerebbe dal 22,5% al 2,7% e si avvierebbe un ciclo virtuoso di imprenditoria e occupazione, con l’implementazione di quei servizi di cura per bambini e anziani, cardine della cura ricostituente per l’occupazione femminile italiana.Secondo l’Istat, infatti, l’assenza di servizi di supporto nelle attività di cura costituisce un ostacolo per l’ingresso nel mercato del lavoro di 489mila donne non occupate, cioè dell’11,6%, e per il lavoro a tempo pieno per molte delle 204mila donne occupate part time, ovvero del 14,3%.
In Italia viene destinato solo l’1,4% del Pil a contributi, servizi e detrazioni fiscali per le famiglie: dato ben più basso rispetto a quell’1,8% destinato in ambito Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nei paesi a bassa fertilità.Con i contratti atipici, poi, chi va in maternità difficilmente ritorna al posto di lavoro lasciato prima del lieto evento.
“Ci siamo lasciati alle spalle i tristi episodi del passato, quando accadeva che alle donne assunte venisse richiesto l’impegno di non fare figli per un certo numero di anni”, racconta Carla Collicelli.
Ma oggi “la donna con contratto atipico si trova in una condizione altrettanto spiacevole: sa che se si allontanerà per maternità difficilmente potrà riprendere il proprio posto in seguito”.
In paesi come ed esempio il Belgio, la presenza di molte scuole materne permette all’occupazione femminile di rimanere invariata in caso di uno o due figli.
“Da noi invece il welfare è spostato totalmente sulle pensioni e su una sanità nella media che comincia a scricchiolare con liste di attesa drammatiche per la diagnostica”, spiega la sociologa.
Il tutto “mentre le famiglie affrontano problemi di casa, asilo nido, supporti economici, servizi”.
In Italia l’11% dei bambini va al nido, privato o pubblico. In Emilia la percentuale sale al 25,2%, in Sicilia non supera il 5,1%. “Un asilo pubblico costa 8700 euro a bambino all’anno”, racconta la Collicelli. “Un privato 7500”.
In alcuni casi i comuni danno alle famiglie un contributo per la retta: ma non è la regola. Secondo l’Istat, la percentuale di occupate è del 58,5% per le donne con un figlio di meno di 15 anni, e del 54% quando i figli sono due.
Se poi i figli sono tre o più, la percentuale precipita al 33,3%. E “se si ha in casa un anziano con handicap sono guai”. Anche nelle regioni più avanzate, dove “si fa fatica a dare un’assistenza adeguata, che sgravi la famiglia”. O meglio: figlie, mogli, sorelle.“All’inizio della mia carriera, il concetto di quota rosa mi ripugnava”, conclude Carla Collicelli. “Arrivata a questo punto sono favorevole: i tempi sono maturi per proporre di applicare criteri di proporzionalità di genere rispetto alla composizione della categoria”.
D’altro canto era il 1932 quando in Italia è arrivata la prima donna in un consiglio di amministrazione di un’azienda quotata. 80 anni dopo le donne sono 150: il 6% del totale. Lì dove si decide, ancora oggi, “sono tutti uomini, e in età avanzata”, dice la vice direttrice del Censis.
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