Nel 2017 i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri

da il Fatto Quotidiano, 3-1-18

I conti veri si faranno dopo le elezioni

http://contropiano.org/news/news-economia/2017/11/13/state-tranquilli-potete-conti-veri-si-le-elezioni-097630
Tutto va bene, madama la marchesa… A patto di stare a sentire soltanto i Tg o leggere gli editoriali di Repubblica. Se invece si prova a guardare ai dati e agli accordi internazionali, il quadro per l’Italietta renziana e post-elezioni si rovescia completamente.
Partiamo dalle sirene ufficiali. Stamattina il Fmi, nel suo Regional Economic Outlook per l’Europa, conferma la ripresa dell’Italia: quest’anno chiuderà a +1,5%. Del resto l’accelerazione italiana avviene in un contesto positivo, di crescita rafforzata in Europa e nell’Eurozona (che però è molto sueriore: 2,4% nel 2017, in rialzo rispetto al +1,7% del 2016, per poi rallentare al +2,1%)
Ma il rallentamento nella crescita arriverà subito dopo: il pil italiano è previsto in crescitadell’1,1% nel 2018 e appena dello 0,9% nel 2019. Non ne vengono naturalmente spiegate le ragioni, ma sono intuibilmente connesse alla scarsa produttività dei settori in cui questa crescita avviene (tramite lavoro semi-gratuito, precario, poco qualificato, part time, ecc), con scarsissimi investimenti e alta intensità di lavoro.
Almeno un effetto temporaneamente positivo ci sarebbe: le stime del Fmi per la disoccupazione dicono che calerà all’11,4% nel 2017, ma naturalmente l’istituto di Washington non vede differenza tra lavori stabili ben retribuiti e lavoretti precari pagati un tozzo di pane. E sappiamo dall’Istat che l’occupazione che cresce è fatti di contratti a termine, quando va bene...
Le raccomandazioni del Fmi concernono come sempre il debito pubblico da ridurre, specie ora che c’è una congiuntura moderatamente positiva. Quest’anno è atteso al 133%, ma dovrebbe scendere al 131,4% nel 2018 e al 128,8% nel 2019. Vero è che non siamo gli unici in condizioni pessime (l’elenco del Fmi comprende anche Belgio, Francia, Portogallo, Spagna e Regno Unito), ma diversi analisti ricordano che – senza la recente modifica dei criteri di calcolo, che hanno introdotto anche “l’economia sommersa”, insomma droga, prostituzione, ecc – oggi staremmo al 155%
E naturalmente la Grecia ha sperimentato la “cura” della Troika quando è arrivata a toccare il 140%. Insomma, siamo in una zona comunque pericolosa che dovrebbe escludere ottimismi…
Ma siamo in vista delle elezioni. I partiti di governo e quelli del centrodestra sono accomunati dallo stesso interesse tattico: nessun allarmismo sul prossimo futuro, al massimo un po’ di polemichetta sul “abbiamo fatto miracoli” contrapposto al “non avete fatto le cose giuste”.
Da questo interesse comune discende una legge di stabilità – in discussione in Parlamento – considerata “leggera”, ovvero concentrata su poche tasse subito e molte rinviate a “dopo”, un numero non esagerato (ma egualmente doloroso) di tagli alla spesa pubblica, numeri flessibili e non traumetici.
Su questo c’è il consenso pieno dell’Unione Europea, certificato da numerose dichiarazioni ufficiali da parte degli stessi “controllori”. Nessuno a Bruxelles sente infatti bisogno di un altro paese sotto incertezza politica in vista delle elezioni. Tanto quel che ci sarà da fare “dopo” è già stato stabilito e tutti i “concorrenti” alla poltrona di Palazzo Chigi lo sanno bene. Anzi, sanno tutti che per la Ue si deve andare a votare il prima possibile dopo l’approvazione della legge di stabilità (che ha come scadenza Natale, al massimo Capodanno), proprio perché le “misure vere” – a partire da una “manovra correttiva” durissima dovranno essere varate il prima possibile.
Il punto su cui la Germania – più ancora della Ue – non è disposta a transigere è infatti il taglio drastico del debito pubblico, altrimenti non è pensabile che l’Italia possa stare nella prima fascia della “Ue a due velocità”. Formalmente, per una “ragione nobile”: portarsi dietro un problema di queste dimensioni sarebbe una zavorra che rischia di far naufragare subito una zattera d’emergenza.
Ai fini pratici, per una ragione assai meno ammissibile, articolata – spiega Scenari Economici – in almeno tre obiettivi: appropriarsi degli attivi italici fatti di aziende e risparmio privato, rendere di fatto l’Italia una colonia che acquista i prodotti eurotedeschi e soprattutto abbattere il principale alleato USA non anglosassone in Europa, ricordando che ormai Berlino ha sfidato apertamente Washington volendosi sostituire agli americani al comando del Vecchio Continente”.
In effetti l’Italia ha parecchi asset ancora interessanti, un sacco di risparmio affidato a banche pericolanti e una stolida servilità agli Usa (tollerabile fino alla caduta del Muro, ma progressivamente sempre meno compatibile con la costruzione di un soggetto imperialista “europeo”). Dunque la correzione sistemica che questo paese deve subire è di grandi dimensioni, dolorosa ovviamente per il mondo del lavoro – che ha già subito un rovesciamento totale delle condizioni di vita, perdendo tutte le conquiste ottenute tra la fine degli anni ‘60 e la fine dei ‘70 – ma anche per la classe media propriamente detta.
Del resto, racimolare 400 miliardi – questa la cifra che circola tra gli analisti – richiede un allargamento sostanziale della platea dei “tosabili”. Non a caso, entro questa prospettiva, la famosa tassa patrimoniale – sempre considerata, non del tutto a torto, come una “tassa di sinistra” se orientata a riequilibrare il prelievo fiscale tra le diverse classi sociali – diventa una possibilità concreta. Ma pensata e agita da Bruxelles, o meglio da Berlino, e dunque non certo a fini di redistribuzione della ricchezza all’interno del paese.
Diamo ancora la parola a Scenari Economici:
l’EU è stata chiara, o le leggi lacrime e sangue l’Italia se le fa da sola o arriva la troika. E per “aiutare” il prossimo governo a prendere le decisioni “giuste” post elezione – o magari anche appena prima, per indirizzare il voto – è già pronta una crisi del debito italiano per il 2018, tipo crisi dello spread versione 2011, crisi comunque sempre utile per far svalutare l’euro contro il dollaro ossia per aiutare gli esportatori tedeschi.
Ok, ma tale imposta sarà almeno risolutiva?
Assolutamente no, sarà la prima di una discreta serie, diciamo che gli italiani devono mettere in conto imposte patrimoniali dichiarate o sotto mentite spoglie volute dall’Europa per circa 1000 miliardi nei prossimi 5-10 anni restando nell’euro. Si perché tale provvedimento “patrimoniale” – se attuato – bloccherà i consumi ossia peggiorerà la crisi imponendo ulteriori e continui correttivi fiscali, ossia comporterà altri provvedimenti straordinari a maggior ragione vista la contingenza globale assai critica fatta di borse ai massimi con multipli insostenibili e nel bel mezzo di una guerra commerciale con gli USA, oltre a tassi inevitabilmente destinati a salire a termine. Per tale ragione la versione Capaldo è la più gettonata, perché sposterebbe negli anni l’incasso mettendo per altro a garanzia asset reali, ossia le ipoteche sulle case degli italiani. A tale scopo il governo ha già previsto la cartolarizzazione delle imposte future per il tramite di un pool di banche internazionali che anticiperanno i flussi di cassa ed a cui resteranno in pancia le ipoteche dei cittadini. L’incredibile miglioramento del rating italiano da parte di S&P ottobre scorso, promozione assolutamente ingiustificata, deriva appunto dalla richiesta di Roma di scontare il meno possibile i flussi di tassazione futuri da parte delle banche in tale scenario. E per fare questo bisognava abbassare lo spread, cosa puntualmente avvenuta. Faccio presente che nell’ipotesi sopra citata, a termine, gli italiani di fatto saranno a forte rischio di perdita della proprie abitazioni, che verranno messe a garanzia a favore delle banche internazionali per le imposte future che i cittadini dovranno pagare a termine, a maggior ragione se NON ci sarà crescita economica in Italia, scontato con una patrimoniale che toglierà qualsiasi residuo di ottimismo dal mercato interno. Abbiamo già visto le “prove tecniche di cartolarizzazione” delle cartelle esattoriali dei cittadini alcune settimane fa con il provvedimento ritirato in extremis del governo: tutto fatto ad arte per introdurlo col botto al prossimo giro, oggi si voleva solo preparare la platea”.
Non è menzionato, ma si sa benissimo quale sia il trattato che ha incardinato questo meccanismo: il Fiscal Compact. Venti anni di riduzione del debito pubblico, nella misura del 5% annuo, per arrivare vivi – o preferibilmente morti – all’”appuntamento con la storia”. Quale storia non si sa, in fondo è solo una promessa…

Scuola, la rivolta dei docenti: "Stipendi uguali per tutti e in linea con quelli europei"

Una doppia petizione, che in pochi giorni ha raccolto oltre cinquemila firme, rilancia il tema caldo delle buste paga degli insegnanti. Due le richieste: guadagnare quanto i colleghi della Ue e avere retribuzioni e ore di lavoro equiparate in ogni ordine di istituto. Compresa l'università.


BOLOGNA - "Per insegnare occorre la laurea, abbiamo specializzazioni e master, al concorso ci chiedono competenze di informatica e di inglese. Eppure valiamo di meno in busta paga dei colleghi che insegnano alle medie, alle superiori e in università: non è giusto". E' la rivolta estiva dei maestri dell'infanzia e della primaria partita con due petizioni lanciate alla vigilia di Ferragosto e che in pochi giorni hanno già raccolto rispettivamente 4.300 e quasi 6.000 firme. Due le richieste. Una petizione, sostenuta da insegnanti di ogni ordine e grado, reclama stipendi uguali ai colleghi europei; l'altra vuole l'equiparazione delle buste paga e delle ore di lavoro tra chi sale in cattedra in Italia, dalla materna all'università. Una provocazione, quest'ultima - maestri pagati come gli accademici - destinata a fare discutere. Si tratta comunque di un tema caldo, quello delle basse retribuzioni degli insegnanti italiani, che ora riemerge via social, raccoglie consensi e chiede attenzione al ministero all'istruzione, a cui sono rivolte le due raccolte di firme.

"Vogliamo rivendicare il principio secondo cui è inaccettabile l'ingiusta distribuzione economica e di ore di servizio.
Non è possibile che chi più lavora (docenti dell'infanzia e della primaria) percepisce meno rispetto ai colleghi dei gradi d'istruzione superiore", si legge nella prima petizione. "Nell'epoca in cui per accedere all'insegnamento di qualsiasi ordine e grado d'istruzione è prevista la laurea, in cui tutti i docenti sono laureati o addirittura in possesso di titoli post laurea non è pensabile né tollerabile questa diversità di trattamento, legata a vecchi schemi". A lanciare l'iniziativa è Ilenia Barca, 40 anni, originaria di Nuoro, docente alla primaria, con nove anni e mezzo di precariato alle spalle, e pedagogista. "Siamo un gruppo di insegnanti sparsi in tutta Italia - spiega - queste nostre richieste sono partite da una riflessione comune sul ruolo dei docenti in Italia e all'estero".

·Gli stipendi, il punto debole. A inizio carriera un insegnante di scuola primaria guadagna 22.394 euro lordi, a fine carriera arriva a 32.924, secondo dati che si riferiscono al 2013-14. I docenti di scuola media partono come i colleghi delle superiori: 24.141 euro a inizio carriera; ma i primi arrivano a 36.157 euro mentre i secondi raggiungono i 37.799 euro con 35 anni di contribuzione. Qui sta il gap da colmare, secondo i promotori della petizione, che ricordano le 24 ore settimanali di insegnamento previste per i maestri di scuola primaria contro le 18 per medie e superiori.


Scuola, la rivolta dei docenti: "Stipendi uguali per tutti e in linea con quelli europei"
Ilenia Barca difende la scelta anche per un altro motivo: "Più piccoli sono gli alunni maggiori sono le responsabilità di formazione in capo ai docenti. Non si può disconoscere il valore educativo e didattico in generale in nessun ordine e grado dell'istruzione. Ma certo è che, come dimostrano recenti studi, la fascia di età più importante per lo sviluppo dei piccoli studenti di oggi e cittadini di domani è quella compresa tra i 3 e i 10 anni". Salvo Altadonna, portavoce del comitato Asi (area sostegno e inclusione), parla di "macroscopica lesione del diritto al salario di funzione che subiscono i docenti". Se la laurea è il titolo unico di accesso all’insegnamento per tutte le scuole di ogni ordine e grado, osserva in un approfondimento su Orizzonte Scuola, "non si comprende la sperequazione in atto tra docenti del primo e docenti del secondo ciclo di istruzione: una revisione del contratto sarebbe inevitabile".

·La comparazione tra insegnanti italiani ed europei. La seconda petizione riguarda un tema più volte sollevato: gli stipendi bassi dei professori italiani nella comparazione con quanto avviene in Europa. Nella tabella allegata sono evidenti le differenze: si va da un minimo per chi insegna alle superiori in Italia di 24.846 euro ai 33.887 che percepiscono i colleghi spagnoli, ai 34.286 in Svezia sino ai 40.142 euro in Germania.

"E' impensabile stare in Europa e assistere ad una sperequazione di trattamento economico tra docenti di nazionalità differenti - si legge nel testo - I nostri colleghi europei lavorano in media meno di noi italiani, ma percepiscono stipendi più alti, non vivono l'incubo del precariato come accade in Italia, non hanno l'accesso all'insegnamento veicolato dalle classi di concorso, godono di migliori possibilità di crescita professionale e di maggiori condizioni di tutela e promozione della salute"

Tante le reazioni. "È arrivato il momento di dare il giusto valore a noi docenti Italiani", scrive Pietro Lepore da Bari. "Il trattamento economico dei docenti italiani mortifica e non riconosce la loro professionalità, la loro passione e il loro quotidiano impegno", il parere di Viria Capoluongo. "Nel mio cv ho dottorato, post-doc, assegni di ricerca all'università e presso fondazioni bancarie. Da antropologa culturale e museale ho svolto ricerche in Africa occidentale, ho stretto accordi universitari internazionali e coordinato progetti nazionali e locali. Pur apprezzando la libertà di insegnamento che in Italia è ancora salvaguardata, il salario non risulta adeguato al curriculum dei docenti", la testimonianza di Roberta Cafuri.