L'internazionale neoliberista contro Thomas Piketty e al storia delle diseguaglianze sociali

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Perché hanno paura delle idee di Piketty

di Federico Rampini

Thomas Piketty è il Nemico Pubblico da abbattere. L'Internazionale neoliberista si mobilita per demolire un economista francese semi-sconosciuto (al pubblico di massa) fino all'altroieri. 

Dal Wall Street Journal al Financial Times, gli organi più autorevoli del pensiero unico mercatista, è un crescendo di attacchi contro lo studioso parigino, "colpevole" di aver messo le diseguaglianze sociali al centro dell'attenzione nella comunità scientifica.

Il Financial Times ha messo al lavoro per settimane una task force di economisti e giornalisti. La loro missione: scovare errori nel saggio Il Capitale nel X-XI secolo , il monumentale studio che Piketty ha dedicato alle diseguaglianze nel capitalismo degli ultimi due secoli. 

Gli attacchi pubblicati dal Financial Times — e rintuzzati dall'economista francese con una risposta molto dettagliata, ripres a dal New York Times — lasciano interdetti e perplessi per la loro futilità. Se non fosse che quelle accuse lasciano intuire ben altro; l'accanimento contro Piketty sembra una resa dei conti, il tentativo di mettere a tacere una voce scomoda screditandola sotto il profilo scientifico. 

Il nucleo sostanziale delle 600 pagine di Piketty è questo: il capitalismo è stato accompagnato da diseguaglianze estreme dalla Rivoluzione francese fino alla prima guerra mondiale; è seguito un periodo di relativo livellamento dei patrimoni e dei redditi fra le classi sociali nel XX secolo (compreso il trentennio "glorioso" dopo la seconda guerra mondiale); infine negli ultimi trent'anni le disparità hanno ripreso a salire a livelli estremi. 

Anche perché una oligarchia di privilegiati — in particolare i top manager — hanno "fatto secessione" dal resto della società, conquistandosi il potere di auto-determinare i propri compensi senza alcun nesso con la loro produttività reale. Tesi doppiamente scomoda. Sia perché individua cause precise dietro le diseguaglianze. Sia perché dimostra che queste non sono affatto inevitabili. 

Gli "errori" che il Financial Times pretende di aver individuato sono marginali e contestabili. Il quotidiano sostiene ad esempio che Piketty avrebbe dovuto usare statistiche sulla tassa patrimoniale svedese del 1920 anziché del 1908; oppure contesta alcune stime sul "differenziale di mortalità" in Francia. 

La difesa argomentata di Piketty si avvale del fatto che il suo studio non è un exploit individuale: ci hanno lavorato più di trenta economisti di vari continenti, da 15 anni, inclusi docenti di Berkeley, California. 

Il libro viene accompagnato da sterminate appendici di dati archiviate online per non appesantire oltremodo la lettura. La vera notizia è proprio questo accanimento. Cosa c'è dietro? La gelosia è uno dei possibili moventi visto che Piketty si è imposto come un fenomeno da star-system che non ha precedenti nella "scienza triste" (come viene definita l'economia): invitato da Barack Obama per un incontro coi consiglieri della Casa Bianca; poi dai due Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz a New York, infine da Harvard. 

Il suo libro è in vetta alle classifiche negli Stati Uniti. Ma l'ostilità verso Piketty ha motivazioni più profonde. Il francese non è sconosciuto negli ambienti accademici. Enfant prodige della sua disciplina, brillante matematico, insegnava al prestigioso Massachusetts Institute of Technology quando era ventenne. Poi fece un affronto imperdonabile: voltò le spalle alle università americane e tornò a lavorare in Francia. Con due accuse pesanti: criticando gli economisti Usa per la loro "deriva matematica" (modelli sempre più complessi e sempre meno attinenti ai problemi reali), ed anche per i loro latenti conflitti d'interessi. Quest'ultima accusa venne lanciata, a livello divulgativo, anche dal celebre documentario Inside Job: con nomi e cognomi di illustri economisti arricchiti grazie a consulenze per i big di Wall Street, l'industria petrolifera, ecc.

Il Financial Times è un ottimo giornale, ma non ha mai preso le distanze dall'ideologia neoliberista, neppure dopo il disastro sistemico del 2008. Il mercato è (quasi) sempre la soluzione dei nostri problemi, a leggere i suoi editoriali. Le energie che oggi il Financial Times dispiega per demolire Piketty, non le ha dedicate con la stessa intensità e coerenza a individuare tutti gli errori della scienza economica neoclassica e liberale degli ultimi trent'anni. 

In questo il Financial Times e il Wall Street si accodano ad un comportamento omertoso che accomuna gran parte degli economisti: una scienza colpevole di tanti danni e incredibilmente avara di autocritiche. Piketty ironizza sul fatto che «secondo il Financial Times l'Inghilterra di oggi sarebbe una società più egualitaria di quanto lo sia stata la Svezia» nel periodo di massima redistribuzione sotto governi socialdemocratici. Una tesi che contraddice l'evidenza empirica e sbeffeggia il buonsenso comune

Un altro economista controcorrente, l'australiano David Gruen, ha descritto in questi termini il comportamento dell'establishment neoliberista alla vigilia del disastro sistemico del 2008: «È come se sul Titanic, avviato alla collisione finale contro l'iceberg, tutti quelli che avrebbero potuto e dovuto avvistare il disastro, fossero rimasti chiusi dentro una cabina senza oblò, impegnati a disegnare una nuova nave meravigliosa, fatta per un mare senza iceberg». 

Un grande intellettuale inglese scomparso, Tony Judt, ricordava quel che fu l'austerity del dopoguerra: la ricchezza e il reddito in Gran Bretagna vennero redistribuiti con una fiscalità progressiva che oggi sembrerebbe da esproprio. La quota del patrimonio nazionale detenuta dall'1% dei più ricchi era scesa brutalmente, dal 56% del 1938 al 43% nel 1954. Il 13% di ricchezza redistribuita è un'operazione "livellatrice" di rara potenza. Ben diversa dal segno sociale dell'austerity di oggi. Tutto questo accadde in un'economia capitalistica, che seppe poi sprigionare il boom degli anni Sessanta. 

Piketty risulta insopportabile alle poderose armate del neoliberismo, perché lui non è un neomarxista, non è un pensatore utopico e radicale. Dimostra che un capitalismo meno diseguale è possibile, perché in realtà è già esistito. 


Se questo è Van Rompuy!


da: http://www.quieuropa.it/van-rompuy-gaffe-rivelatoria-al-premio-carlomagno/
Carlo Magno e Van Rompuy – Un accostamento anacronistico               
Bruxelles, Aquisgrana – 
 Nelle ultime ore ad Aquisgrana è stato consegnato il "Premio Carlomagno"
 Sbalorditivo l'intervento del premiato di turno, il Presidente del Consiglio UE  Herman Van Rompuy: "L'Ue cambi rotta subito: è urgente ed essenziale che sia anche protettiva, non solo degli affaristi, ma anche degli impiegati e dei lavoratori, non solo quelli con i diplomi e che sanno le lingue ma di tutti i cittadini". 
Lo ha detto, anzi confessato candidamente, Van Rompuy, a coronamento della cerimonia.
Insomma una gaffe ciclopica nella quale il nominato amico dei poteri forti e dell'élite social-comunista e liberal-capitalista ha – suo malgrado – ammesso l'evidenza: cioè che fino ad ora l'UE – per estensione - è stata complice degli affaristi e degli speculatori, contro i popoli e la giustizia. 
Insomma, detto da noi comuni mortali ha un peso… Ma riconosciuto da un "semi-dio" illuminato parte integrante del sistema, come Van Rompuy, ne ha assolutamente un altro. 
A sgombrare il campo da eventuali equivoci anti-europeisti ed a ricordare a tutti che il 57% degli europei non-votanti alle europee non sono "saggi" ma squinternati "populisti" ci aveva pensato poco prima, in apertura della cerimonia, Enrico Letta, secondo il quale "l'onda populista è montata, ma nei grandi paesi, come Germania e Italia sventola la bandiera dell'europeismo". Come dire: l'iconografia è potere, e il potere ce l'abbiamo noi!

da: http://frontediliberazionedaibanchieri.it/2014/05/gaffe-van-rompuy-europa-protegga-i-lavoratori-non-gli-affaristi-video.html

Gaffe Van Rompuy: “Europa protegga i lavoratori, non gli affaristi” 


Praticamente ha confessato che fino ad oggi si proteggevano gli affaristi, la finanza ed i banksters. 
Claudio Marconi

AQUISGRANA – “L‘Europa cambi rotta: protegga i lavoratori e non solo gli affaristi”: a dirlo non è un’euroscettico Nigel Farage o Marine Le Pen, ma niente meno che Herman Van Rompuy, dal 1° dicembre del 2009 presidente del Consiglio Europeo. 
“L’Ue cambi rotta subito: è “urgente” ed “essenziale” che sia “anche protettiva”, “non solo degli affaristi, ma anche degli impiegati” e “dei lavoratori”, “non solo quelli con i diplomi e che sanno le lingue ma di tutti i cittadini”,  ha detto Van Rompuy ricevendo il più importante premio europeo, il ‘Carlo Magno 2014′. 
Si è rivolto anche ai rappresentanti di Moldavia e Georgia, complimentandosi con il loro coraggio nel percorrere la via dell’associazione all’Unione Europea.


140 idioti del Bilderberg ancora si incontrano!


da: http://www.repubblica.it/economia/2014/05/28/news/bilderberg_copenhagen_fiat_monti-87490149/?ref=fbpr

Il club Bilderberg si riunisce a Copenaghen: quattro gli italiani nel giro dei potenti

Alla 62esima riunione del gruppo, in Danimarca dal 29 maggio al primo giugno, parteciperanno Franco Bernabè, John Elkann, Mario Monti e Monica Maggioni. Tra i temi sul tavolo l'ondata anti euro guidata dal paese ospitante, il peso crescente di Putin con l'asse tra Russia e Cina e la privacy. Arrestati due giornalisti



MILANO -  E' il vertice internazionale più esclusivo del mondo. Quest'anno la 62esima riunione del gruppo Bilderberg, dal 29 maggio al primo giugno, verrà ospitata dalla Danimarca, al Marriot Hotel di Copenaghen. Un incontro meno lussuoso rispetto a quello dello scorso anno: allora nella campagna inglese dell'Hertofordshire una normale stanza doppia del Grove Hotel costava dalle 400 sterline in su, quest'anno basteranno 230 euro. Una scelta di più basso profilo, probabilmente legata anche al fatto che la Danimarca è il cuore della rivolta antieuropesta lanciata da Morten Messerschmidt che alle ultime europee ha preso il 27% dei consensi.

Dallo scorso anno il club si è dotato dell'ufficio stampa con la pubblicazione dei partecipanti agli incontri e la pubblicazione dei macro temi di discussione. Resta però difficile vedere chi entra ed esce dall'albergo: la polizia ha predisposto un cordone di sicurezza a tre metri dall'albergo - interamente riservato per l'occasione per tenere lontani i curiosi e soprattutto i giornalisti (ne sono già stati arrestati due che nel bar dell'hotel hanno provato a intervistare gli organizzatori). E se le spese organizzative sono a carico dei membri danesi del Club (pagano sempre i membri del direttivo del paese ospitante), quelle per la sicurezza sono a carico dei contribuenti: lo scorso anno il governo inglese spese 1,8 milioni di sterline, facendo infuriare l'opinione pubblica.

Di certo vi hanno preso parte tutti i membri dell'elite internazionale.
In passato si è scoperto che i convenuti comprendevano Henry Kissinger, il principe Carlo, Peter Mandelson, lord Carrington, David Cameron, la regina Beatrice d'Olanda, per fare qualche nome. Negli ultimi anni i nobili sono sempre meno a favore dei grandi della finanza: da Bill Gates e Henry Kravis di Kkr, da Eric Schmidt di Google al Generale Petraeus. Gli italiani non mancano mai, ma quest'anno saranno solo quattro:  Franco Bernabè, John Elkann, Mario Monti e Monica Maggioni. Lo scorso anno erano stati sette: Franco Bernabé, Lilli Gruber, Mario Monti, Enrico Tommaso Cucchiani, Gianfelice Rocca, Alberto Nagel ed Emanuele Ottolenghi .

Impossibile, quindi, sapere di cosa si discuterà nelle specifico. Il programma viene pubblicato solo dopo le riunioni, ma gli argomenti si ripetono: probabilmente quest'anno il gruppo parlerà di come arginare il potere crescente di Putin, già nel mirino da un paio di edizioni, e dell'asse Russia-Cina. Di certo si affronterà anche l'ondata anti euro rappresentata oltre che dai danesi, da Grillo, Le Pen e la Lega Nord. Secondo alcuni si parlerà anche di privacy: un paradosso per il club più segreto del mondo. Ancora di più se a discuterne ci sono i vertici di Google e Facebook che sulla mancanza di privacy hanno creato degli imperi.

Insomma, abbastanza per alimentare le teorie del complotto: "Cosa ci fanno 140 persone chiuse in un albergo per un fine settimana?". Decidono i destini del mondo, sostengono i detrattori. "Mettono attorno a un tavolo gli uomini più potenti della Terra per discutere off the records dello stato del mondo e per promuovere il dialogo tra Europa e Stati Uniti", recita il sito del gruppo.

E Stilinga pensa che le 140 persone che vogliono decidere per il mondo sono dei falliti e dei miserevoli. Sono 140 capocchie contro oltre 7 miliardi di abitanti. Ma che si diranno? E' più importante quanto si dicono i miliardi di persone che vivono qui e ora sulla terra che non questi poveretti presi dalla loro boria e completamente inutili per l'uminità.