ACQUA PUBBLICA ADDIO. OGGI BOLLETTE SALATE, MA IL FUTURO E’ PEGGIO

di Carlo di Foggia
A 4 anni dalla vittoria referendaria, fosche nubi si addensano sulle possibilità di ripubblicizzare l’acqua. Il combinato di “Sblocca Italia”, legge di stabilità e nuova riforma della Pubblica Amministrazione spiana la strada ad un’ulteriore privatizzazione dei servizi idrici. Un boccone troppo ghiotto, anche perché le bollette da quando è iniziata la privatizzazione continuano ad aumentare con percentuali vertiginose.
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Votato da molti, tradito subito dopo da tutti. Il referendum sull’acqua doveva togliere il profitto dai servizi idrici ed estromettere in futuro i privati dalla gestione. Non se n’è fatto nulla, i prezzi sono saliti, gli investimenti si sono fermati e ora, passata la buriana, qualcosa si muove in senso opposto: dopo quattro anni, l’affare per i privati torna a farsi interessante. L’ultimo allarme, comitati e forum l’hanno lanciato sulla legge delega di riforma della Pubblica amministrazione: “Se applicata, cancellerà il voto di 26 milioni di Italiani”, denunciano. Preoccupa la norma che premia i Comuni che fanno gare aperte (anche ai privati) per gestire i servizi locali. I testi sono vaghi, ma il combinato disposto con le ultime novità de governo di Matteo Renzi – che quel voto non lo ha mai digerito – ha scatenato il tam tam.
Il futuro tracciato dallo Sblocca Italia
La via scelta è quella tracciata dal decreto Sblocca Italia: un gestore unico dei servizi locali per ogni ambito territoriale, partendo da chi ha almeno il 25 per cento dell’utenza. “Un modo per favorire le grandi multiutilities quotate in Borsa”, denunciano i comitati per l’acqua pubblica: la bolognese Hera, la milanese A2a, l’emiliana Iren e la romana Acea, nate nell’alveo dei Ds, ora Pd, e poi passate al padrone di turno. La svolta, però, è arrivata con la legge di Stabilità, che rende impossibili gli affidamenti a società in house e assegna i contributi pubblici ai gestori che si fondono, garantendo loro anche la possibilità di prolungare le concessioni(come già fatto per i signori delle autostrade). La scelta di vendere le partecipazioni rimane per ora ai Comuni, ma chi lo fa viene premiato con la possibilità di usare il ricavato fuori dai vincoli del patto di stabilità: le casse disastrate degli enti locali ne hanno un bisogno disperato. Tanto più che il panorama non è cambiato rispetto al giugno del 2011: il 70 per cento dei gestori, infatti, è ancora in mano pubblica, in un groviglio di migliaia di Comuni-azionisti. Solo nel comparto idrico, il volume d’affari sfiora gli 8 miliardi di euro.
Considerando anche gas ed energia elettrica si arriva a 33 miliardi: è il “capitalismo municipale” su cui la Cassa depositi e prestiti guidata dal renziano Franco Bassanini ambisce a giocare un ruolo sempre più da protagonista: presta soldi ai gestori (3 miliardi) e punta a catalizzare gli investimenti privati, visto che le casse pubbliche sono vuote e le infrastrutture sono un disastro.Per farlo però servono le fusioni, che facciano lievitare il valore delle società. Al resto ci pensano i rincari in bolletta che garantiscono gli introiti. Nell’agosto del 2013 lo scenario attuale era stato messo nero su bianco da un report della Fondazione Astrid, presieduta proprio da Bassanini: “L’obiettivo – si legge – è la costituzione di realtà di medie e grandi dimensioni, verso cui “non manca la domanda e il consolidamento/ privatizzazione sembra essere la soluzione più probabile”. Tanto più che “l’aggregazione consente di raggiungere una massa critica capace di attrarre investitori privati”. È la strategia che Federutility, l’associazione dei gestori, propone da anni. Per i “referendari” è il preludio a un esproprio che potrebbe completarsi con la modifica del titolo quinto prevista dalla riforma costituzionale. Per ora nessuno nel governo parla apertamente di privatizzazioni, anche se l’unico ostacolo è rappresentato, almeno sulla carta, dal referendum.Matteo Renzi non ha mai fatto mistero di avversare la campagna per l’acqua pubblica (“bloccherà gli investimenti privati”) e oggi a Firenze si paga la bolletta più alta d’Italia(“ma abbiamo investito molto”, si giustifica il Comune).
Per i cittadini aumenti fino al 74%, ma non è finita
Perché tanto interesse? Il motivo è semplice: dal 2008 a oggi le tariffe sono salite del 74 per cento, in dieci anni sono raddoppiate, e cresceranno ancora: i rincari sono assicurati, pubblica o privata che sia la gestione. E con loro i ricavi. A sentire i comitati a tradire il referendum è stata l’Autorità per l’energia e il gas, a cui il governo di Mario Monti consegnò a fine 2011 i poteri di controllo, chiudendo il vecchio comitato di vigilanza dei servizi idrici (Conviri). Gli elettori avevano votato contro la “remunerazione del capitale investito” dei gestori (“fino al 7 per cento”non si fanno profitti sull’acqua”), ma nel nuovo metodo tariffario la voce si è tramutata in “costo degli oneri finanziari”. Nomi diversi, stessa sostanza”, accusano le associazioni dei consumatori. Certo è che nel 2014-2015 le bollette saliranno di un altro 10 per cento. “E’ un metodo innovativo – spiegano dall’Autorihy – perché copre solo i costi efficienti, secondo il principio europeo del full cost recovery. I gestori l’hanno ritenuto perfino troppo oneroso. Se vogliamo che l’acqua rimanga un bene pubblico i costi vanno coperti”.
Secondo Federutility, tra il 2010-2014 per colpa del voto, gli investimenti, in un settore che ne ha disperatamente bisogno si sono fermati. Eppure le bollette non hanno mai smesso di lievitare. Secondo l’autorità servono 65 miliardi nei prossimi 20 anni, di cui 6 subito per evitare che l’Ue sanzioni l’Italia per le carenze nella depurazione, con una multa da 485 milioni all’anno. “La scelta di Monti è stata un regalo ai gestori – spiega Roberto Passino, ex presidente del Conviri – L’Autorità non aveva competenze in materia e si è dovuta rivolgere alle risorse interne di Federutility. Una roba da Paese delle banane”. Secondo Passino, il Conviri era stato ostacolato ma aveva messo in piedi un database con i dati dei gestori, ignorato dall’Authority. È il grande equivoco di un referendum che ha fotografato le inefficienze del sistema, disinnescato il giorno dopo: “L’acqua non può essere gestita come il gas o l’energia elettrica. In un settore senza concorrenza, l’unico controllo pubblico è quello comparativo tra i gestori, per premiare i migliori e penalizzare i peggiori. Nulla di tutto questo è stato fatto, e così le bollette saliranno sempre, come è successo per gli altri settori”.
Alle società è stato permesso di farsi rimborsare anche gli investimenti pubblici (1,2 miliardi dal 2008, il 36% del totale), così il consumatore paga due volte. “Il metodo è neutrale, altrimenti sarebbe stata una scelta politica”, spiegano dall’Autorità, che giustifica la scelta dei dirigenti: “Le competenze vanno ricercate dove si trovano”. Nel 2014 ha sanzionato 1.250 concessionari tagliando loro del 10% le bollette. Motivo? Non avevano consegnato i dati minimi di bilancio. Se fossero private, sarebbe intervenuta la magistratura. La commistione tra controllori e controllati ha generato mostri. “Il conflitto di interessi dei Comuni è enorme, molti hanno usato l’acqua per gestioni clientelari, e nessuno ha pagato per le voragini nei conti visto che le decisioni sono collegiali”, denuncia Passino. Il Tar della Lombardia ha bocciato i ricorsi dei comitati contro il nuovo metodo tariffario e ora la parola finale spetta al Consiglio di Stato. In caso di bocciatura si tornerebbe al punto di partenza.
Dalla Boschi a D’Angelis, l’ascesa dei renziani idrici
L’ipotesi di sottrarre spazio ai privati è rimasto lettera morta. A oggi, l’hanno fatto solo due sindaci su ottomila: a Napoli e Reggio Emilia. A Ferrara, il Comune ha ceduto 8 milioni di azioni di Hera, la multiutility che riscuote le bollette di gran parte dell’Emilia Romagna e del Nord, mentre diversi Comuni, guidati dal sindaco di Bologna, sono pronti a far scendere il controllo pubblico sotto il 51 per cento. In Campania, i sindaci protestano contro la Gori, azienda partecipata da Acea che rifornisce 76 Comuni tra Napoli e Salerno. La società, da due mesi guidata dall’ex deputato cosentiniano Amedeo Laboccetta, indagato per favoreggiamento nell’inchiesta sul re delle slot Francesco Corallo, dal 2002 ha contratto un debito colossale con la Regione: 283 milioni di euro. La giunta di Stefano Caldoro ha condonato i primi 70 rateizzandone altri 200, ed è pronta ad approvare una legge che – denunciano i comitati per l’acqua – le spianerebbe la strada. Negli anni ha messo a bilancio crediti dubbi, frutto di un piano tariffario contestato e ora ha ottenuto un conguaglio di 110 milioni di euro dalle bollette, cresciute del 40% negli ultimi 5 anni.L’apertura ai privati, con affidamento diretto ad Acea è arrivata nel 2001 con Alberto Irace presidente dell’Ato di riferimento (l’associazione dei Comuni che affidano il servizio).
Nel 2007 è passato proprio in Acea, dove oggi è amministratore delegato. Grande amico di Marco Carrai, consigliere e finanziatore di Matteo Renzi, ha guidato la toscana Publiacqua ai tempi in cui nel cda sedeva anche Maria Elena Boschi. Giorgio Napolitano ha scritto la prefazione del suo libro (Come riparare l’Italia), pubblicato insieme a un altro dirigente renziano ex Publiacqua, Erasmo D’Angelis, ora a Palazzo Chigi per gestire il dissesto idrogeologico e le infrastrutture idriche. “Servono 20 miliardi per evitare le sanzioni Ue, 400 milioni l’anno li metterà lo Stato, il resto arriverà dai privati –ha spiegato ieri D’Angelis – Le bollette saliranno di 10-20 euro, ma sono le più basse d’Europa. Per coprire il fabbisogno di investimenti servirebbero 50 euro ad abitante”.
Solo a Napoli il pubblico si è ripreso la gestione
Solo Napoli ha deciso di tornare indietro, trasformando la vecchia Arin spa in una società speciale: Acqua bene comune che non ha fini di lucro e persegue il pareggio di bilancio. “Abbiamo avviato un difficile percorso di risanamento – spiega il presidente Maurizio Montalto, animatore dei comitati campani – Ma la Regione, dopo aver condonato 70 milioni a Gori ne contesta a noi 50”. A fine 2014 il Comune si è preso gli utili (16 milioni) nonostante l’opposizione dell’azienda. Per ora gli investimenti sono fermi, così come gli stipendi dei dipendenti, “ma nei prossimi mesi presenteremo il piano industriale: i lavori da fare sono tanti, molti enti locali non pagano e dovremo rivolgerci alle banche, ma siamo un’azienda sana, l’unica della Regione”. In Sicilia 17 Comuni della provincia di Agrigento non hanno accolto la privata Girgenti Acque, che si è aggiudicata la concessione per 5 milioni di euro (la prima gara, andata deserta, ne prevedeva 30) e le bollette sono cresciute più del doppioA Roma, il Comune vuole vendere alla controllata Acea (partecipata anche dal gruppo Caltagirone) la quota in Acea Ato 2, che gestisce l’acqua nella Capitale. La partita è aperta.
25/03/2015
da il Fatto Quotidiano
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