This is the fashion blog of Stilinga, a fashion designer who works from home. She is from Rome, Italy and she writes about trends, things she loves to do in Rome and art.
Questo è il fashion blog, e non solo, di stilinga (una stilista che lavora da casa - è una stilista-casalinga) e che spesso tra una creazione di moda e l'altra, tra ricerche e fiere, si occupa anche del suo quotidiano e del contesto in cui vive.
Made in Europe: gli operai del tessile sotto la soglia di povertà
L’ONG Clean Clothes Campaign ha pubblicato i risultati di un'inchiesta condotta in nove Paesi dell'Europa dell’Est e in Turchia, indicando che le condizioni di lavoro e i salari praticati non hanno certo nulla da invidiare a quelli dell'Asia. Per l’organismo, acquistare i vestiti più costosi e puntare a produzioni europee non migliora per nulla le condizioni di produzione.
Ed è precisamente questo “mito” che CCC ha voluto smontare, studiando le condizioni di lavoro in Romania, Ucraina, Turchia, Bulgaria, Croazia, Slovacchia, Georgia, Macedonia, Bosnia-Erzegovina e Moldavia.
Non sorprende che questi Paesi producano principalmente per i marchi europei: l’ONG cita Hugo Boss, Adidas, Zara, H&M e Benetton. E mentre i due giganti sono stati poco colpiti dalla crisi, le condizioni in cui si lavora per Zara e H&M sarebbero in realtà persino peggiorate dal 2008/2009.
A sentire CCC, i salari minimi erogati ai lavoratori del settore tessile raggiungerebbero solo il 14% del salario minimo “di sussistenza” in Bulgaria, Ucraina e Macedonia, e il 36% in Croazia. Oltre agli stipendi, sono anche evidenziati in modo critico i provvedimenti antisociali quasi sempre adottati, soprattutto di fronte al desiderio di costituire dei sindacati. E anche quando riescono a formarsi, queste sigle sindacali non riescono a negoziare aumenti salariali, con le questioni della non retribuzione delle ore di lavoro straordinario o il mancato pagamento dei contributi previdenziali che già da sole danno molto da fare ai loro rappresentanti.
«Attivisti e lavoratori chiedono ai marchi europei di moda di assicurarsi, in una prima fase nell'immediato, che i lavoratori delle regioni studiate ricevano un salario netto di base corrispondente almeno al 60% del salario medio nazionale», scrive l’ONG.
«I prezzi di vendita devono essere calcolati su questa base, consentendo gli aumenti della retribuzione. I marchi devono agire ora e garantire che i lavoratori del tessile-abbigliamento della propria catena di fornitura (che si trovi in Asia o in Europa) ricevano un salario dignitoso».
Matthieu Guinebault (Versione italiana di Gianluca Bolelli)
“Il 2014 si è aperto con un’inversione di rotta rispetto ai buoni risultati del 2013. La competitività delle nostre imprese non basta più. Dopo 7 anni di flessione non si vede ancora una ripresa dei consumi in Italia. Siamo molto penalizzati, inoltre, dai tassi di cambio, con un euro troppo forte”. Questo il quadro pessimista dipinto dal presidente di Assocalzaturifici, Cleto Sagripanti, in occasione dell’assemblea annuale dell’associazione, tenutasi venerdì 6 giugno a Milano.
Foto: Tods.com Mentre il 2013 si è chiuso con una sostanziale tenuta del comparto sui livelli del 2012, con esportazioni pari a 8,1 miliardi di euro (in crescita del 5,7% sull’anno precedente) e una produzione italiana che vale 7,5 miliardi, i primi mesi del 2014 mostrano dinamiche molto meno brillanti. Nel primo trimestre la produzione del calzaturiero s’iscrive in negativo, calando dello 0,3% in termini di volume rispetto all’analogo periodo del 2013, mentre in termini di valore si prevede una lieve crescita dell’1,5%, indica Assocalzaturifici in una nota.
Si conferma quindi per il 2014 un mercato domestico “totalmente fermo”. “Le esportazioni tuttavia non riescono da sole a compensare il continuo prosciugamento dei consumi interni”, sottolinea l’associazione. Nel primo bimestre l’export delle calzature italiane presenta una crescita moderata in valore del 3,1% (era del +5,5% nel primo bimestre 2012), a fronte di un calo del 2,8% in volume.
Il trend continua ad essere particolarmente negativo, con arretramenti a doppia cifra, nei Paesi dell’Est Europa e dell’ex URSS. La svalutazione del rublo, la stagnazione dell’economia in Russia, cui si aggiungono le tensioni politiche in Ucraina, hanno provocato di fatto un’importante frenata delle esportazioni di calzature italiane verso questi Paesi.
Il totale dell’export per gennaio e febbraio 2014 si attesta a 1,58 miliardi di euro, e il saldo commerciale risulta attivo per 786,3 milioni di euro (+6% rispetto all’analogo periodo del 2013).
Cleto Sagripanti all'assemblea di Assocalzaturifici Per quel che riguarda l'occupazione, infine, la situazione continua a peggiorare. “Nei primi tre mesi del 2014 nel settore calzaturiero, includendo la componentistica, abbiamo perso lo stesso numero di addetti, circa 1.400 persone, che nell’intero 2013, e hanno chiuso altre 100 imprese”, nota Cleto Sagripanti, che auspica un ritorno della produzione manifatturiera in Europa, diminuita del 12,4% dal 2008 a oggi.
"Nonostante il deficit competitivo che abbiamo, il nostro Paese risulta al secondo posto per numero di imprese che hanno deciso di far rientrare la produzione nel Paese d’origine. Su 194 riallocazioni in Europa, il 41% delle aziende è italiano, solo il 20% è tedesco. Tra tutte le riallocazioni internazionali considerate a livello mondiale, l'abbigliamento e le calzature rappresentano il 21% e sono il primo settore davanti all'elettronica e alla meccanica”, puntualizza il presidente.
La Cina, in particolare, dove avevano delocalizzato la produzione numerose imprese, sta cambiando pelle, con un innalzamento dei salari e una compressione dei profiti delle imprese industriali. Da player manifatturiero sta diventando un mercato di consumo, meno attraente come sede produttiva delle filiere globali.
"Noi crediamo nel reshoring", conclude Cleto Sagripanti, ma perché si attui questo 'ritorno', ci deve essere un contributo da parte della politica, che "deve rimettere al centro la manifattura, con una legge ad hoc che aiuti i distretti e le piccole imprese, per esempio lavorando sui mini-bond, con agevolazioni fiscali per gli investimenti, con la riduzione fiscale su imprese e famiglie, e con la semplificazione della burocrazia".
Qualche giorno fa avevo parlato della bomba caduta nel quartier generale del liberismo, con due conferenze dell’economista Thomas Piketty che sia a Washington che ad Harvard aveva contestato alla radice le tesi economiche del pensiero unico. E lo aveva fatto non con intervento estemporaneo, ma presentando una monumentale ricerca – Il Capitale nel XXI° secolo – che attraverso i dati di realtà raccolti durante 15 anni da decine e decine di ricercatori in tutto il mondo, confuta le teorie economiche correnti, scardina i miti con cui esse si accompagnano – come ad esempio quello del merito in una società tornata ad essere immobile o quello del marcato - e infine mostra come tale assetto non produce benessere per tutti, come affermano gli ipocriti, ma solo ricchezza stratosferica per pochi e povertà per molti. Un ritorno insomma alle società della diseguaglianza e delle oligarchie autoritarie ottenuto grazie all’iniezione di dosi letali di pensiero unico resa grazie ai media ormai generalmente in possesso dei grandi gruppi e condotta con strumenti monetari come in Europa o legislativi sfruttando le paure del nuovo nemico appositamente creato, il terrorismo (o magari la Russia in un sinergico ritorno al passato). Inutile dire che la presentazione dell’opera di Piketty ha fatto scalpore, dal momento che è difficile confutarla e riparare lo strappo prodotto sullo sfondo di scena: rappresenta intellettualmente un chiaro segno di svolta. Tanto più che i centri di potere economico finanziario stanno producendo il loro massimo sforzo nel convincere le popolazioni europee di una fantomatica ripresa, ricorrendo anche a temporanee elemosine, per evitare intoppi alle cessioni di sovranità al sistema finanziario che si verificherebbero con la sconfitta dei partiti dell’austerità alle europee. Così la reazione liberista, incapace di dare una risposta razionale a Piketty, si è espressa attraverso una desolante accusa di marxismo venuta dal Wall Street Journal e ripresa poi dai media delle colonie, compreso il Corriere della Sera, organo ufficiale della massima comun reazione del sistema politico italiano. Nessuna analisi e nessun ragionamento, ma solo l’evocazione del nome di Marx per segnalare agli incliti della finanza e ai colti del grande fratello i confini di appartenenza. Del resto i dati di realtà sono difficili da contestare e lo stesso Paul Krugman sostiene che il Piketty panic che si è impadronito degli ideologi del pensiero unico deriva semplicemente dalla loro mancanza di idee. Figuriamoci dunque l’imbarazzo di quelli che avevano esaltato Renzi perché non aveva letto Marx (come se poi avesse letto Adam Smith, Bentham, Weber, Keynes o un qualunque manuale scolastico di economia politica : non risulta infatti siano stati pubblicati sull’albo di Topolino). Ma in questa esplosione di panico e di fascino (le prenotazioni del Capitale nel XXI° secolo sono andate alle stelle) c’è qualcosa di più: il libro è come una liberazione da una cappa. Piketty non è marxista, è definito tale solo da chi non sopporta che alcun dogma del liberismo venga messo in discussione, ma non sa come replicare: la costruzione è intellettualmente così fragile, posticcia, così chiaramente di natura politica, che anche a grattarne un po’ di malta rischia di cadere rovinosamente trascinando a fondo anche chi ha costruito nome e fortuna suonando ottusamente l’organetto. E lo si vede anche da queste reazioni: il solo accenno all’eguaglianza rende tout court marxisti, quindi comunisti, quindi nemici da additare alle vittime opportunamente addestrate a farlo e a colpevolizzarsi. Di certo quell’1% che detiene la metà della ricchezza mondiale e quegli 85 super ricchi che guadagnano come 3 miliardi e mezzo di persone, non amano che se ne parli. E lo si capisce: con quello che hanno speso per costruirsi un alibi che avesse la parvenza della scienza, adesso rischiano di essere messi a nudo.