Cosa ci insegna la Boschi Family story di Pierfranco Pellizzetti

da: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/12/14/pierfranco-pellizzetti-cosa-ci-insegna-la-boschi-family-story/

Come dare torto a Dario Nardella, il badante che veglia amorosamente sulla poltrona di sindaco di Firenze avuta in affido da Matteo Renzi, quando replica in tono infastidito a Roberto Saviano «sei fuori dal mondo»? Difatti è certamente fuori da “un certo mondo” chi reclama le dimissioni per conflitto d’interessi della ministra Boschi, invischiata con il babbo Pierluigi e il fratellino Emanuele nella vicenda ormai mortifera del crack di Banca Etruria.
Il mondo dove le famiglie Adams della politica italiana praticano con soddisfatto sprezzo del pudore lo sport dell’arraffa impunito. Magari per poi sgranare gli occhioni – tra lo stupito e l’indignato – se qualcuno osa eccepire che il vice presidente di una Banca fallita dovrebbe rendere conto del proprio operato, non meno del dirigente responsabile del settore fidi di detto istituto. Ossia daddy Pier Luigi ed Emanuele brother; che la ministra belloccia (seppure abbastanza sul cavallino) presume di mondare da ogni responsabilità morale/materiale con un suo semplice attestato che si tratterebbe di “brave persone” e “cari ragazzi”.
Quando l’impudenza si diluisce nell’ingenuità…
Eppure la Boschi family ci insegna qualcosa di molto importante, sui tempi attuali e i suoi protagonisti: di che materiale sono fatti i ragazzetti e relativi famigli che occupano la scena al seguito di Matteo Renzi; il cui padre Tiziano è nel mirino della magistratura per certi business malandrini, che mal si addicono alla sua aria da Grande Puffo, con tanto di barbetta ricurva (il Tribunale di Genova ha respinto la richiesta di archiviazione dell’indagine per bancarotta che lo riguarda); il cui zio Nicola Bovoli, leonardesco inventore del celebre Quizzy, era in affari con Berlusconi.
Insomma, dietro cotanti modelli – la bella e il best – avanza una tipologia umana di nuovo conio, che riprende aspetti delle precedenti razze padrone, ma rimixate in modalità originali:
- Gli antichi “uomini di mano dorotei”, al tempo della Prima Repubblica, praticavano una sfrenata occupazione del potere, ma sempre mimetizzati in uno stile di vita disadorno tendente al monacale, totalmente diverso dal glam da balera dei nuovi emergenti;
- Tra i “giovani turchi” dell’ultima infornata dalemiana - modello Orfini o Andrea Orlando - non si rinuncia(va) a nessun colpo basso e porcata, ma sempre con quel pallore sul volto da grano dei sepolcri (i corridoi di partito ove hanno sempre vissuto, in simbiosi con famiglie di lemuri) che contrasta con il look lampadato renziano;
- Gli “avanzi di balera” del berlusconismo rampante esibiscono tenute fighette, pantaloni a tubo di stufa strizza-malloppo e SUV mastodontici da parcheggiare in terza fila, come gli abitué Leopoldini; che tuttavia si riconoscono per un uso compulsivo dei media “indossabili” (I-phone, smart-phone) per tweettate in quantità industriali (che farebbero venire il mal di testa a dolcevitari arcoriani);
“Le amazzoni di Silvio” azzannavano l’avversario né più né meno ora delle “soavi viperette” renziane; ma queste ultime preferiscono adottare un repertorio tossico composto da sottili perfidie e insinuazioni velenose, rispetto agli schiamazzi con strabuzzo delle precursore nella femminilizzazione del killeraggio televisivo.
    Riassumendo: ragazzetti e ragazzette di modesta cultura e mastodontiche ambizioni, che avanzano a suon di gomitate senza remore di sorta e non guardando in faccia nessuno. Con una pretesa di modernità confusa con il look.
    Nessun stupore se poi li ritroviamo a ripetere le stesse malefatte di chi li ha preceduti, la cui rottamazione aveva il solo scopo di fare spazio ai nuovi sgomitatori.
    Pierfranco Pellizzetti

    Fallimento Valleverde, in manette il fondatore Armando Arcangeli

    da: http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/15_dicembre_03/fallimento-valleverde-arrestato-armando-arcangeli-brescia-rimini-0768a4a4-99b2-11e5-a8aa-552a5791f1fe.shtml

    Con il fallimento del noto brand di calzature si sarebbe appropriato indebitamente di nove milioni di euro. Sequestrati 19 milioni. In manette anche un consulente bresciano



    Dai fasti degli anni ‘90 ai debiti milionari, dagli spot con Kevin Kostner alle indagini per bancarotta fraudolenta. Giovedì mattina sono scattate le manette, sipario sulla triste caduta di uno dei più famosi imprenditori del centro Italia. Armando Arcangeli, fondatore del noto brand di calzature Valleverde, «non cammina più»: è agli arresti domiciliari. Per la Guardia di Finanza di Rimini, che si è avvalsa della collaborazione dei colleghi di Pesaro, Brescia e Mantova, si sarebbe appropriato indebitamente 9 milioni di euro con il fallimento della Spes spa, società in cui l’indebitata Valleverde spa si era trasformata nel 2011 cedendo in affitto l’azienda alla Valleverde srl, newco creata ad hoc da un gruppo di imprenditori bresciani . Una storia di intrecci, falsi contenziosi e omessi versamenti a Erario e creditori.


    La scoperta è stata fatta nell’ambito dell’ operazione «Broken shoes», che ha portato anche al sequestro di beni per 19 milioni di euro.Ai domiciliari anche David Beruffi, 58enne ex assessore di Castiglione, Antonio Gentili, 48enne di Novafeltria, direttore generale e poi liquidatore della Valleverde spa, Enrico Visconti, 50enne di Desenzano presidente del cda di Valleverde srl, Ernesto Bertola, 61enne bresciano, amministratore di fatto della Valleverde srl e Anna Maria Soncina, 51 anni di Desenzano , consulente esterno. La struttura aziendale, attualmente, è di proprietà della Silver 1 srl di Lugo di Romagna guidata da Elvio Silvagni che ha rilevato la Valleverde a gennaio 2015 per 9 milioni di euro e che risulta estranea alla vicenda.

    La prima operazione nel 2013

    Le perquisizioni a catena scattano nel 2013 nelle abitazioni e negli uffici dei vertici (vecchi e nuovi) del calzaturificio. Motivo: il fallimento della Spes spa, per la quale è dichiarato il fallimento dopo la revoca del concordato preventivo. Secondo i finanzieri, attraverso un intreccio societario e l’utilizzo strumentale di un concordato preventivo nella pratica fittizio sono stati sottratti all’azienda almeno 9 milioni di euro. La Spes spa era infatti la società in cui si era trasformata cambiando nome e ragione sociale alla vecchia Valleverde spa di Arcangeli, indebitata per 45 milioni, e che avrebbe dovuto traghettare lo storico calzaturificio di Rimini verso il concordato preventivo. I debiti contratti dalla Spes per far fronte all’affitto d’azienda, alla gestione del calzaturificio da 130 dipendenti e alla produzione sarebbero dovuti essere pagati dalla newco Valleverde srl, costituita da un pool di imprenditori bresciani che avevano preso in affitto marchi, produzione e vendita impegnandosi a versare alla Spes le risorse necessarie per ripianare i debiti. Arcangeli pensava però che i fasti degli anni ‘90 non si sarebbero ripetuti e ha stretto un patto segreto con gli imprenditori bresciani: i soldi alla Spes non dovevano arrivare.



    Dal concordato al fallimento

    Ammessa al concordato preventivo, omologato nel 2012, la Spes (espressione della vecchia società) non ha fatto fronte agli impegni assunti verso i 2mila creditori di Valleverde spa sparsi per l’Italia. Anche alla luce delle contese (giudicate artificiose dalla Finanza) tra vecchia e nuova società il concordato era stato revocato dal Tribunale e la Spes ha fatto crac il 6 giugno 2013: dalla newco Valleverde srl, i soldi non sono mai arrivati. Per la Finanza era tutto programmato tanto che una denuncia di truffa della nuova gestione contro la vecchia, accusata di aver fatto sparire parte del magazzino, era stata considerata «artificiosa». Sette gli imprenditori e manager che il pm Luca Bertuzzi aveva iscritto nel registro degli indagati per bancarotta. Tra questi Armando Arcangeli, fondatore dell’originaria Valleverde Spa e ideatore dello slogan «Camminerete in una Valleverde», il direttore generale Antonio Gentile che poi ha assunto l’incarico di liquidatore della Spes, l’amministratore della srl Enrico Visconti, residente a Desenzano del Garda, Ernesto Bertola, bresciano e David Beruffi, di Castiglione delle Stiviere, responsabile finanziario.



    Sequestri preventivi per l’equivalente dei reati

    L’attività di polizia giudiziaria, coordinata da Luca Bertuzzi, sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Rimini, e svolta dai finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Rimini, ha permesso di individuare operazioni e fatti aziendali connotati dall’obiettivo comune di depauperare il patrimonio aziendale della fallita Valleverde. Tutto in pregiudizio dei creditori e dell’Erario attraverso la commissione di bancarotta e di omessi versamenti di imposte per importi milionari. Le condotte per le quali gli indagati sono accusati riguardano sia la vecchia proprietà che la governance della newco bresciana appositamente costituita per garantire la continuità aziendale nella fase del concordato preventivo omologato dal Tribunale di Rimini. Sono stati eseguiti sequestri preventivi per «equivalente», con riferimento a reati tributari, fino alla concorrenza di 12,2 mln di euro e sequestri preventivi, con riferimento ai reati fallimentari, di somme pari a 6,8 mln di euro, oltre a quote societarie di cinque società, di cui una immobiliare con sede a Rimini e quattro nella Repubblica di San Marino, nonché ai saldi attivi di conti correnti sia nazionali che esteri, avvalendosi anche di una rogatoria internazionale accolta dall’Autorità Giudiziaria della Repubblica di San Marino.