Le Teste Calde: un marchio per copricapi d'autore

Stilinga ha intervistato le due menti de Le Teste Calde, marchio romano specializzato in copricapi realizzati a mano con i materiali più vari.

Stilinga: Le Teste Calde… che  nome  divertente,  come è nata quest’idea?

Le Teste Calde: cercavamo un nome che avesse un “carattere” e LeTeste Calde rende l’idea, descrive la nostra personalità,ed identifica la parte del corpo che i nostri accessori vestono.

Stilinga: Chi sono le Teste Calde?  E come e quando è nata la vostra passione per la moda?

LTC:  Moda?? Mai interessato molto della  moda! Noi non l’abbiamo mai seguita e  tantomeno i suoi clichè.  Piuttosto seguiamo il nostro stile, poi se la moda ci vuole seguire, faccia pure…a noi certo non dispiace.

Stilinga: come e dove vi siete incontrate?

LTC: La sartoria teatrale dove abbiamo lavorato per quasi un decennio, ci ha dato la possibilità di incontrarci, svelandoci il meraviglioso mondo dei cappelli nell’ambito teatrale e cinematografico e lì siamo divenute amiche e ora socie.

Stilinga: come create una collezione nuova?  Come vi dividete il lavoro? C’è chi crea e chi produce oppure entrambi partecipate a tutte le fasi?

LTC:  ci piace lavorare con materiali differenti, quasi sperimentali e il teatro, a differenza delle “collezioni del the delle cinque”, ci ha rafforzato le ossa. Non ci siamo mai divise i ruoli, entrambe partecipiamo, sia con la mente che con le mani, a qualsiasi parte di un progetto, qualsiasi esso sia.

 Stilinga: siete maggiormente interessate alla moda, allo stile o al costume?

LTC: Il nostro grande amore è il costume, poterci sbizzarrire tra piume e paillettes ci entusiasma sempre, per questo prediligiamo lavorare con drag queens,  e poi in ambito teatrale, cinematografico  e per spettacoli di burlesque.

Stilinga: quali sono le difficoltà che avete incontrato durante il vostro percorso lavorativo?

LTC: trovare contesti dove si possa lavorare liberamente e serenamente … bisogna anche ingegnarsi a seguire le “lune” dei committenti, che spesso presi dal genio,cercano di dimenarsi tra attacchi d’ansia e crisi isteriche.
Ecco, noi ad evitarli, siamo diventate bravissime.Un’altra enorme difficoltà sono i budgets, sempre più ridotti, dovuti anche ai gravi tagli inferti allo spettacolo.

Stilinga: dove trovate l'ispirazione per creare?

LTC: come diceva Monicelli … anche quando guardiamo fuori dalla finestra, stiamo lavorando. Prendiamo ispirazione sempre e ovunque, anche dai sogni, mentre dormiamo..

 Stilinga: a quale progetto state lavorando attualmente?

LTC: Il nostro progetto principale è di lavorare senza svenderci o piegarci ai dettami della moda, ma invece al contrario di portare avanti il nostro stile (anche) di vita quindi più strass e meno stress.

Stilinga: che obiettivi avete nella vostra carriera?

LTC:  Non smettere mai d’imparare, riuscire a mantenere la passione e l’entusiasmo per il nostro lavoro. Continuare a sperimentare nuovi materiali e trovare nuove esperienze lavorative magari con collaborazioni stimolanti.

Stilinga: cosa pensate del fatto a mano? Credete nel ritorno al fatto su misura, su richiesta e a prodotti di alta qualità?

LTC: La massa implora la fast fashion ma  per lo stile e l’alta qualità il “fatto a mano” è un dogma.

Per quanto riguarda il nostro lavoro, la scelta praticamente non c’è: la particolarità della committenza ci obbliga all’esclusività del fatto a mano.

Ci capita spesso, lavorando per il mondo dello spettacolo, di seguire bozzetti pensati e fatti su un soggetto preciso, con esigenze sceniche ben definite che determinano la scelta di un materiale piuttosto che di un altro.

Stilinga: che cosa pensate dei prodotti moda industrializzati?

LTC: …No Comment !

Stilinga: volete elencare i siti web dove il vostro marchio è presente?

LTC: Con molto piacere:  http://letestecalde.jimdo.com/le-nostre-creazioni/
il nostro sito dove conoscere un po’ più di noi e dei  i vari lavori fatti per vari eventi.
                              
E il nostro shop on line su Blomming  : http://www.facebook.com/pages/LeTeste-Calde/120774841387001?sk=app_144228972310103








Ministro Fornero e l'ossessione del lavoro manuale

L’ossessione del lavoro manuale (di Francesca Coin) da www.ilfattoquotidiano.it del 06.06.2012

IL FALSO MITO
Si dice che, qualche giorno fa, in visita alla piazza dei Mestieri, a Torino, il ministro del Welfare Elsa Fornero abbia incontrato gli studenti della scuola professionale di via Durandi nei laboratori di panetteria e pasticceria. E che, con sensibilità e partecipazione, si sia intrattenuta nelle cucine colpita dall'intraprendenza culinaria delle studenti. Certo, magari non tutti (o tutte) gradiscono l'entusiasmo del tecnico Fornero per l'agilità delle ventenni in cambusa. Fatto sta che alla fine della visita, mentre la pasta lievitava e le frittate facevano le capriole, il ministro ha incoraggiato le studenti così: “Imparare un mestiere, una professione, oggi è importante”, ha detto. “Non è detto che tutti debbano avere una laurea, magari di malavoglia” [...]. “Questa è una scuola che recupera molto in questo senso, [...] e quindi tanto di cappello” .


Era da un po' che non ascoltavamo una frase così. Come è noto la scarsa commestibilità della cultura era uno dei principali crucci del vecchio governo. Basta con le lauree inutili, ripeteva Mariastella Gelmini. I giovani hanno “l'intelligenza nelle mani”, assicurava l'ex ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. “È meglio un carrozziere che un laureato in nulla”, continuava il sociologo Giuseppe De Rita.

“A che serve pagare uno scienziato quando facciamo le scarpe più belle del mondo?”, cantava sorridente l'ex presidente del Consiglio.

Se l'allergia all'istruzione era un tratto distintivo del vecchio governo, nessuno si sarebbe atteso dal governo dei professori la stessa freddezza.

E invece le parole del ministro Fornero esplicitano ciò che da mesi era chiaro: che vi è un'infelice continuità nelle politiche degli ultimi due governi in tema di istruzione e di investimento in ricerca e sviluppo, al punto che, a meno di un repentino cambio di rotta, il paese rischia di regredire in entrambi i settori a livello del Sud del mondo.

Facciamo un passo indietro. Basta sfogliare il rapporto Ocse Education at a Glance 2011 e l'ultimo rapporto Almalaurea per convincersi della gravità del problema.

L'Italia è uno dei paesi occidentali con il minor numero di laureati, e quei pochi che ci sono sono già troppi per il mercato italiano.

Pare una contraddizione e invece è un dato importante, perché la contrazione della quota di occupati ad alta specializzazione in un momento di crisi è non solo in controtendenza rispetto a quanto avviene negli altri paesi occidentali, ma è il sintomo di una struttura produttiva che affida la propria permanenza sul mercato esclusivamente alla compressione dei costi di lavoro.

Oggi i diciannovenni sono quasi il 40 per cento in meno del 1984, e purtuttavia solo il 20 per cento dei giovani tra i 23 e i 34 anni si laurea, contro il 37 per cento dei Paesi Ocse. Non solo, ma il numero degli immatricolati continua a scendere, mentre aumenta il numero dei laureati che emigra. Siamo forse così dinamici da poterci permettere di condannare le nuove generazioni all'esodo?

Ora, la crescente difficoltà occupazionale dei laureati non è un problema solo italiano.

Ne parla tutto il mondo, che la definisce “bolla formativa”, il fenomeno per cui la contrazione nel tasso occupazionale è andata di pari passo con la crescita diffusa della generazione più istruita della storia.

Ottima risorsa in un momento di crisi, verrebbe da dire.

Fatto sta che mentre l'unico caposaldo politico condiviso da Washington a Berlino è la necessità d'investire in istruzione come vettore della ripresa sociale, in Italia si è scelta una strada originale.

Se guardiamo ai dati Ocse rielaborati dal Ceris nel rapporto Scienza e tecnologia in cifre, vediamo, infatti, che l'Italia è penultima nella spesa per ricerca e sviluppo rispetto agli altri paesi europei, ultima quanto a personale addetto alla ricerca nelle imprese, penultima quanto a percentuale di ricercatori in rapporto al totale degli occupati, terzultima per personale ricercatore nelle università.

A fronte di una retorica sempre più asfittica di merito e innovazione, i dati Almalaurea ci dicono che nel settore privato lavora in buona parte personale che ha conseguito solo il titolo della scuola dell'obbligo, chi ha una laurea specialistica fa più fatica a trovare lavoro rispetto a chi ha una laurea triennale, e le retribuzioni reali di chi ha una laurea specialistica sono più basse rispetto alle retribuzioni reali di chi ha una laurea triennale, il contrario di ciò che la logica vorrebbe.

In tutto questo, quali sono le soluzioni? Stando alle ultime novità del ministero del Lavoro e del ministero dell'Istruzione, penso alla riforma del lavoro e alla controversa bozza di decreto sul merito, la risposta è più precarietà e meno tutele nel lavoro, più retorica e meno borse di studio nell'istruzione.

Maggiore “sinergia tra l'università e le imprese”, dunque?

Certo, ma al ribasso: minore lavoro, minori tutele e minore istruzione per tutti.

Forse la Fornero ha ragione a cantare le lodi del lavoro manuale. Spiace solo che sia l'unica prospettiva concreta che è stata in grado di offrire.

Francesca Coin (sociologa, Università di Venezia)
06 giugno 2012 - Fonte: Il Fatto Quotidiano Pdf
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