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L'ira di Francesco per il mega-attico del cardinale Bertone
L'ex segretario di Stato abiterà in 700 metri quadri nel palazzo di fianco alla modesta residenza del Papa. I lavori di ristrutturazione per unire due appartamenti saranno ultimati entro l'estate
di MARCO ANSALDO
Il cardinale Tarcisio Bertone CITTÀ DEL VATICANO - Papa Francesco abita a Casa Santa Marta in un bilocale di circa 70 metri quadrati. Il cardinale Tarcisio Bertone, da 6 mesi non più Segretario di Stato, inaugurerà presto il suo attico a Palazzo San Carlo, la cui ampiezza viene data di poco inferiore ai 700 metri quadrati. Circa 10 volte in più, comunque, di Sua Santità.
In Vaticano, entrando dalla Porta del Perugino, la Domus Sanctae Marthae e il Palazzo San Carlo sono edifici vicini. La prima di dimensioni ridotte, il secondo imponente. Quando Bergoglio, dopo aver osservato i complessi lavori di ristrutturazione nella struttura a fianco, è stato informato su chi sarebbe stato il suo vicino di casa, si è arrabbiato non poco. Ora non può certo cacciare di casa l'inquilino. Ma la sua ira su chi in Curia ancora resiste al suo titanico tentativo di cambiamento non è passata inosservata il Giovedì santo prima di Pasqua quando, davanti al clero riunito in San Pietro, si è scagliato contro i preti "untuosi, sontuosi e presuntuosi", che devono avere invece "come sorella la povertà".
La casa dove presto, prima dell'estate, il cardinale Bertone si trasferirà, ha dimensioni sontuose perché unisce due appartamenti: quello un tempo assegnato a Camillo Cibin, capo della Gendarmeria per tutto il pontificato di Karol Wojtyla, fra i 300 e i 400 metri, da cui è stata infine sloggiata la vedova; e quello di monsignor Bruno Bertagna, vicepresidente del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi, deceduto alla fine del 2013, di metratura intorno ai 200. A questi metri interni vanno però aggiunti circa 100 di terrazzo.
In epoca ante Francesco l'assegnazione di alloggi di tutto rispetto per i prìncipi della Chiesa era una prassi consueta. Molti ricordano quando Bertone fu scelto come Segretario di Stato da Benedetto XVI, e dovette attendere quasi un anno prima che il suo predecessore, il cardinal Sodano, piccato per la rimozione, gli lasciasse l'appartamento nella Prima loggia del Palazzo Apostolico, dovendosi così l'altro accomodare nella Torre di San Giovanni. Sodano si trasferì poi in una casa di vaste proporzioni al Collegio Etiopico. Lì, il cardinale americano Szoka, presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, dimessosi dall'incarico lo stesso giorno di Sodano (15 settembre 2006), ottenne guarda caso l'appartamento gemello di quest'ultimo sempre al Collegio.
Così quando Bertone, nel vortice delle polemiche su Vatileaks e la seguente rinuncia di Benedetto XVI al pontificato, fu in odore di lasciare la Segreteria di Stato - proposito realizzato solo dopo l'arrivo di Bergoglio - e si cominciò a parlare di dove si sarebbe trasferito lasciando la casa nella Prima loggia, furono avviate le pratiche per l'assegnazione di un altro appartamento. L'éra di Francesco è cominciata solo dopo. Ora, nella maxi casa, il cardinale non vivrà comunque solo: con lui abiteranno le tre suore che lo seguono da quando aveva assunto l'incarico di Segretario di Stato. Il suo successore, il neo cardinale Pietro Parolin, si è conformato al nuovo corso di Bergoglio, andando ad abitare come il Papa in un bilocale nella Domus Sanctae Marthae.
L'assegnazione di appartamenti di ampia metratura agli ex Segretari di Stato, tuttavia, mostra con evidenza come in Vaticano il nuovo fatichi ancora ad avanzare, e il vecchio resista. Facile capire dunque il disappunto di Francesco, e l'opposizione di una Curia lenta a spogliarsi degli antichi privilegi. A meno che il Papa "venuto dalla fine del mondo" non prenda posizione, oltre le parole già pronunciate contro "i preti sontuosi".
E Stilinga pensa che se è vero che lo stato vaticano è assolutista allora non si capisce per quale favore o ragione Bertone non sia declassato a semplice prete da papa Francesco e l'immensa casa non sia usata per scopi più normali e nobili. Comunque la curia romana ora deve rivoluzionarsi in quanto se continua a comportarsi da aristocratica, la pianta cattolica secca, incenerisce. I tempi e i privilegi sono cambiati.
Da: http://it.fashionmag.com/news/Strasburgo-l-Europarlamento-approva-il-Made-in-,400026.html#.U0-PYvmqnas
Strasburgo: l’Europarlamento approva il 'Made in'
Con 485 voti a favore, 130 contrari e 27 astensioni, la plenaria del Parlamento europeo ha chiesto il 15 aprile a Strasburgo che sia resa obbligatoria l'indicazione del "Made in" per i prodotti non alimentari venduti sul mercato comunitario.
Una prima vittoria per il Made in Italy Gli eurodeputati hanno approvato in prima lettura la proposta di regolamento della Commissione di rendere obbligatorio il marchio del Paese d'origine, sostituendo così l'attuale sistema volontario. L'obiettivo delle etichette "Made in" è di migliorare la tracciabilità delle merci e di rafforzare la tutela dei consumatori. A oggi, circa il 10% dei beni presi in esame dal sistema UE di allerta rapido 'Rapex' per i prodotti non alimentari non è riconducibile al produttore.
Le nuove norme mirano a una maggiore protezione dei consumatori attraverso il rafforzamento della sorveglianza e dei criteri di sicurezza dei prodotti. L'Europarlamento ha inoltre chiesto pene più severe per le imprese che non rispettano le norme di sicurezza e vendono prodotti potenzialmente pericolosi.
"Questo è un grande passo avanti per la trasparenza della catena di fornitura di un prodotto, e questo è un bene per i consumatori", ha affermato la relatrice sulla sicurezza dei prodotti Christel Schaldemose (socialdemocratica danese). La relatrice ha anche criticato gli Stati membri per non essere stati in grado di concordare una posizione comune sulla questione in Consiglio UE, bloccando cosi i negoziati sul regolamento nel suo complesso, a scapito della sicurezza dei consumatori in Europa.
Per gli eurodeputati, l'etichetta "Made in" dovrebbe essere obbligatoriamente utilizzata per tutti i prodotti non alimentari venduti nell'UE, con alcune eccezioni come i medicinali. Secondo la proposta approvata, i produttori UE potranno scegliere se mettere sull'etichetta la dicitura "Made in EU" oppure direttamente il nome del loro Paese.
Per le merci prodotte in luoghi diversi, il "Paese di origine" sarebbe quello in cui c'è stata "l'ultima trasformazione o lavorazione sostanziale, economicamente giustificata", che si sia conclusa con la "fabbricazione di un prodotto nuovo o abbia rappresentato una fase importante del processo di fabbricazione" (come definito nel codice doganale UE).
L'Europarlamento chiede anche che le sanzioni per le imprese che violano queste regole siano "proporzionate e dissuasive" e che tengano conto della gravità, della durata e del carattere intenzionale o ricorrente della violazione, nonché della dimensione della società. Questa richiesta è stata sostenuta con un'altra relazione, riguardante una proposta di regolamento per la sorveglianza del mercato, che è stata adottata con 573 voti a favore, 18 contrari e 52 astensoni.
I due testi sono stati approvati in prima lettura per garantire che il lavoro svolto nel corso di questa legislatura possa essere ripreso dal nuovo Parlamento Europeo, dopo le elezioni di fine maggio, e utilizzato come base per ulteriori negoziati con gli Stati membri in Consiglio UE.