"Lavorare in Australia è stato un vero incubo Vi racconto l'inferno e lo sfruttamento in farm"


Tempi di lavoro massacranti, i terribili contractors, le paghe da fame. Dopo aver pubblicato le esperienze di chi, nonostante la fatica, è rimasto soddisfatto dall'esperienza in Australia, ospitiamo la lettera di un italiano che racconta i mesi tremendi passati nel paese oceanico

da: http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/05/19/news/lavorare-in-australia-e-stato-un-vero-incubo-vi-racconto-l-inferno-e-lo-sfruttamento-in-farm-1.213307?ref=fbpr

Nei giorni scorsi l'Espresso ha aperto un dibattito con i lettori sul tema degliimmigrati italiani in Australia. Stefano Vergine, giornalista della nostra testata e con un'esperienza diretta nei campi del luogo, ha difeso il sistema delle vacanze lavoro del paese Oltreoceano in questi giorni al centro di polemiche anche a Sidney. Sul nostro sito abbiamo anche ospitato le storie di chi è rimasto soddisfatto del suo periodo di lavoro nelle fattorie australiane. Di seguito pubblichiamo invece l'esperienza di Marco (nome di fantasia), che in Australia ha dovuto subire ricatti ed ha deciso di raccontarci la sua pessima esperienza.


Sono partito in Australia a metà settembre, con l'idea, come tanti altri miei coetanei, di cercare dall'altra parte del mondo quello che purtroppo qui in Italia è quasi impossibile trovare: il lavoro.

A leggere in rete le esperienze di alcuni pare che si tratti dell'eldorado. Purtroppo non è proprio così.

Il primo impiego l'ho trovato a Gatton (Queensland) in una farm dove ai primi di ottobre la principale coltura era quella dei broccoli. Io vivevo nel caravan Park di Gatton, un agglomerato di vecchie roulotte e camper gestito da tal Steve, pittoresco personaggio in contatto con il mondo dei contractors, ovvero i "caporali" che fanno da tramite fra i proprietari di farm e la potenziale manodopera.

Appena "sbarcato" al caravan Park, mi è stato consegnato un foglio con i  numeri  di telefono di questi contractors, ed io, fattomi consigliare da un ragazzo italiano che stava lì da un po', ho subito mandato un sms a quello considerato più remunerativo in termini di paghe e giornate di lavoro offerte. Sono stato subito risposto con un " OK tomorrow 4.30 pick up thanks". Cioé "Alle 4,30 appuntamento al piazzale del campeggio.

La mattina dopo, puntualmente, vengo caricato e portato in un bus in un enorme campo di broccoli. Abbiamo iniziato subito a lavorare, mi hanno messo in squadra con una serie di migranti delle Fiji, ragazze più avvezze di me al lavoro agricolo. La mia mansione consisteva nel raccogliere i broccoli, tagliarli con dei mini machete e buttarli nel "bin" del trattore che dietro di noi procedeva inesorabilmente a volte pure a rischio di metterci sotto. La produttività non aspetta evidentemente.

Come supervisore avevo un vecchio barbuto che per tutta la mattina non ha fatto altro che urlarmi che ero troppo lento o che stavo lasciandomi dietro i broccoli più grandi.

E' curioso notare come i broccoli siano troppo grandi o troppo piccoli a seconda del "gusto" personale dei supervisors. L'unica regola che mi era stata data per selezionarli era la seguente "devono avere la grandezza di una bella tetta". "The size of a nice titty grasp". Ecco. Vi lascio immaginare.

Ovviamente non avevo mai raccolto broccoli ma a crazy Frankie non poteva fregare di meno.

Dopo più o meno sei ore di lavoro, verso l'una del pomeriggio, veniamo riportati indietro. Dimenticavo; il lavoro nel campo era molto faticoso per via del fango che arrivava fino alle ginocchia. Dettagli, ma che lasciano intuire quanto per un esordiente totale possa essere scioccante il primo impatto con la vita agreste australiana.

Qualche giorno dopo, un mio amico tedesco, mi consigliò di andare con lui la mattina dopo al "pick up" delle 4 davanti al Coles, una catena di supermarket. Ci presentiamo con altri ragazzi al parcheggio (strapieno di backpackers come noi) e subito inizia a serpeggiare il dubbio che chi fosse sprovvisto di "basket and scissors" non potesse lavorare. Non ci siamo fatti scoraggiare e ci siamo messi in macchina (il mio amico ne era provvisto) a seguire il convoglio che portava fino all'enormecampo di cipolle. Arrivati lì ci troviamo davanti ad un campo se possibile ancora più imponente sdi quello di broccoli, pieno di cipolle da tagliare. Io ed altri non siamo stati accettati perchè, come previsto, non eravamo muniti di bacinella e forbicioni, ma per 15 dollari un contractor australo-turco me ne ha venduto un paio "for the next time".

Scoraggiato da queste esperienze dopo pochi giorni mi sono lanciato nell'avventura del Woofing, nella cosiddetta Krishna Farm, nei pressi di Murwillumbah, in New South Wales. Il Woofing sarebbe lavorare per vitto e alloggio. Una sorta di volontariato che insegna (nel caso della Krishna farm)  la filosofia della permacultura e dell'agricoltura biologica.

Ho passato lì due magnifiche settimane, dividendomi fra lavoro nei campi, lezioni di yoga e induismo, pasti al tempio degli Hare Krishna e conoscendo un sacco di persone splendide e piene di storie interessanti. I miei migliori ricordi australiani risiedono tutti lì.

Dopo due settimana tuttavia con altri due ragazzi italiani conosciuti lì abbiamo deciso di rimetterci in viaggio alla ricerca di soldi e lavoro. Col Van di uno di loro, ci siamo spostati verso Stanthorpe, il paese geograficamente più in alto del Queensland e abbiamo preso "casa" (nel mio caso sarebbe meglio dire preso "tenda") in uno dei due caravan park del paese. Anche qui i gestori, due "simpatici" vecchini, offrono lavoro agricolo in quanto in contatto con i farmer. Attenzione, loro i contatti li hanno coi farmer, e non con i contractors, perchè a Stanthorpe esiste un'agenzia del lavoro che cerca di combattere la piaga dei contractors.

I gestori del park ci hanno messo subito sulla strada per questa agenzia e, pieni di entusiasmo, ci siamo presentati lì come gli ennesimi backpackers in cerca di lavoro stagionale. La gentile signora dell'agenzia ci ha subito informato della scarsità di lavoro data dalla carenza di piogge, ma noi eravamo a conoscenza di un farmer mezzo italiano che sapevamo assumere praticamente solo italiani.

Così, dopo pochi giorni di ricerche, abbiamo trovato la tenuta di questo fantomatico farmer, un immigrato italiano di seconda generazione che coltiva la vite, pesche ed albicocche.

Presentatici lì nel cortile di questo baffuto italiano siamo stati accolti gentilmente e, con la promessa di esser richiamati dopo una settimana, ce ne siamo tornati a casa con in tasca la quasi certezza del lavoro.

Puntualmente la settimana dopo siamo stati richiamati dandoci appuntamento per il giorno dopo, alle sei, per iniziare la raccolta delle pesche. In tanti ci avevano messo in guardia dal carattere di quest'uomo ma noi avevamo fame di lavoro e quindi, incoscienti, ci siamo lanciati fra le braccia di uno dei peggiori psicotici mai conosciuti in vita mia.

Infatti, appena iniziato il lavoro, il farmer, mentre ci faceva indossare i sacchi per la raccolta, ci minacciò con un "Ma se licenzio uno di voi, gli altri poi tornano?".

Stupiti abbiamo iniziato a lavorare, nonostante cose tipo "Qui nella mia farm non si usano guanti", "La tua felpa non va bene per lavorare", "Non mi piace come cammini, sembri un morto" eccetera. Io ho un brutto carattere, e dopo pranzo, quando alla segnalazione del suo scagnozzo di un mio errore (avevo buttato le pesche nel carrello sbagliato) il fattore ha iniziato a sbraitare chiamandoci "Fuckin' idiots", non ci ho visto più.

Ho cercato di mettere le cose in chiaro, spiegando al boss chefuckin' idiots non si deve ne può dire a dei collaboratori, e che in primo luogo il rispetto era una cosa essenziale. Ma va beh, erano parole al vento, dato che anche nei successivi due giorni ha continuato ad insultarci e chiamarci in ogni modo. "Analfabeti, asini, cavalli” e via di seguito con lo zoo. Lasciamo perdere.

Al terzo giorno, dopo che per due giorni avevamo complottato coi due amici di mandarlo a quel paese, alle otto e venti ho rischiato di cadere dalla scala con cui raccoglievamo le albicocche - le pesche le avevamo finite il giorno prima - e il fattore, vedendo la scena, non ha mancato di insultarmi per questo motivo. "Io non ti pago per cadere dalle scale, tu devi lavorare, qui è pieno di backpackers come voi, ci metto niente a licenziarvi".

Non ci ho visto più. L'ho inondato di parolacce, gentili inviti ad andarsene a qual paese, e ho lanciato il sacco nel carrello, inforcato gli occhiali e messo le gambe in spalla per tornare a casa. Naturalmente lui ne ha approfittato per licenziare fra le urla pure i miei due amici e così, arrivati al cortile, c'è stato quasi un contatto fisico per fortuna risoltosi con un nulla di fatto.

Il giorno dopo alle sette del mattino, il proprietario del caravan park mi ha svegliato dicendomi che servivano braccia per un campo di peperoni (gestito da un siciliano di seconda generazione) in cui fare weeding (strappare le erbacce banalmente). Entro quaranta minuti in reception per il passaggio al campo. Consumata una velocissima colazione ci siamo messi in viaggio io e uno dei miei due compagni italiani. Arrivati al campo ci siamo trovati per la prima volta davanti a persone "normali". Il lavoro durò fino alle due più o meno del pomeriggio, e oltre al weeding abbiamo aiutato la signora a ripulire e sistemare la farm.

Il giorno dopo identico copione, ma con l'aggiunta di una possibilità, per il giorno dopo, di lavorare al planting dei peperoni. Abbiamo ovviamente accettato ed il giorno dopo eravamo alle sei nel campo puntualissimi e pronti alla pugna.

Il planting dei peperoni avviene in questa maniera; seduti nei sedili posteriori di un trattore particolare (con serbatoio per l'acqua, due sedili ed una sorta di rastrelliera per prendere e togliere le casse di piantine) con una mano si prende un mazzetto di piante dalla rastrelliera, con l'altra si pianta nel terreno usando tutta la forza necessaria per il felice compimento dell'operazione.

Il compito, inizialmente svolto a velocità umane, era piuttosto facile. Ma il serbatoio dell'acqua si svuotava in fretta, lasciandoci poco tempo e costringendo il trattorista a correre per i filari a velocità sempre più veloce. Inutile dire che ci siamo beccati degli insulti per la nostra lentezza e per la mia debolezza di braccia. Tuttavia a fine pomeriggio il lavoro era bello che finito. Il mio giudizio finale su questa farm è piuttosto buono: una brava persona costretta dall'economia ad assumere persone che come me non hanno nessuna esperienza nel "campo" dei campi agricoli.

Tuttavia dopo il terzo giorno di lavoro non siamo stati più chiamati così arriviamo alla mia ultima esperienza lavorativa in terra australiana: la raccolta dei snow peas, banalmente una varietà di piselli.

Solito passaggio in furgone e solito arrivo all'alba nel campo. Il compito era riempire dei secchi coi piselli raccolti dai filari. Compito facilissimo ma estremamente provante per la schiena. E sopratutto poco remunerativo, dato che in due (io ed una ragazza francese) in due ore e quaranta abbiamo fatto un secchio soltanto a testa.

Poco prima delle otto abbiamo lasciato il campo e ci siamo fatti venire a prendere ed io, dentro di me, maturavo quella che poi qualche settimana dopo sarebbe stata la decisione di tornare in Italia.

Riassumo qui le paghe ricevute per le mie prestazioni lavorative:
  1. Raccolta broccoli. Sei ore circa di lavoro: 45 dollari-visti dopo più di una settimana
  2. Farm del primo italiano. Trecento dollari per due giorni di lavoro dalle 6 alle 4 o 5 del pomeriggio e per altre due ore e venti il terzo giorno.
  3. Farm del secondo italiano. Trecentosettanta dollari per tre giorni “sani” di lavoro
  4. Campo di Snow Peas. Venti dollari da dividere in due per il riempimento di un secchio di piselli.
Non voglio dare giudizi. Tuttavia se ho deciso di tornare in patria è perchè alla fine dei conti a mio parere non vale la pena di mollare gli affetti e la propria famiglia per cercare di far “soldi” in un posto in cui hanno più che altro bisogno di braccia per mandare avanti la baracca del comparto agroalimentare. Posso solo dire che le condizioni di lavoro che si possono riscontrare a Rosarno sono, con le dovute differenze, molto simili a quelle in cu isi trovano i “backpackers”